4 LUGLIO 1776: LA LEZIONE AMERICANA

16.09.2025

It don't worry me
Because in my empire life is sweet


Nel 1975 esce nelle sale cinematografiche statunitensi il film più politico della storia del Cinema americano, Nashville di Robert Altman. Altman ambienta la tragedia americana in Tennessee, e nella capitale mondiale della country music. Difatti ci troviamo all'interno di un festival dove i maggiori interpreti del genere si misurano in quella che è, a tratti, una competizione non solo canora ma anche atletica. E, tra una esibizione e l'altra, si inserisce nella competizione un politico candidato alle primarie presidenziali. Populista dell'antipolitica che promette ogni possibile provvedimento legislativo, persino quelli chiaramente irrealizzabili, pur di attrarre gli elettori. E dentro il classico montaggio corale incrociato altmaniano, sul modello di America Oggi (1993), opera della sua filmografia senz'altro più nota di questa, considerato che Nashville nelle sale italiane uscì senza doppiaggio e il film non è stato mai doppiato neanche nelle versioni in VHS e DVD, entrambe di difficile reperibilità, il politico prende il sopravvento sulla manifestazione canora, che usa come trampolino di lancio per la propria campagna elettorale, finendone per fare la colonna sonora dei suoi comizi.

Film che esce nelle sale americane l'11 giugno 1975, quindi quando si è da poco conclusa, con la grave disfatta dell'esercito statunitense e il gravoso rientro in patria dei reduci, la ventennale guerra del Vietnam (1º novembre 1955-30 aprile 1975). Opera che viene prodotta nel periodo di massima maturazione della New Hollywood (1960-1980), quel processo di riforma che tentò di portare fuori dalla crisi il cinema americano indirizzandolo sulla produzione di film più impegnati, inseguendo così il successo dei film europei, soprattutto dopo l'avvento della Nouvelle Vague. E qui nacquero le ragioni del cinema indipendente americano, che trova il suo maggiore interprete in John Cassavetes, che adottò una modalità di fare Cinema che fece sua la Lezione di Vittorio De Sica, che produceva film cosiddetti di cassetta, comunque straordinari, per poter poi finanziare i suoi film più veri e sentiti, quelli del grande Neorealismo, la più grande Rivoluzione di rinnovamento della pur giovane arte cinematografica: anche la Nouvelle Vague arriva dalla linfa di questa radice, ma più verso la Lezione di Roberto Rossellini.

E ora dobbiamo scorrere idealmente verso gli ultimi 5 minuti dei 162 che fanno l'intero film per arrivare a vedere uno dei più grandi finali mai visti al Cinema. Il politico convince la star riconosciuta del festival, una cantante, a esibirsi durante il suo comizio. Tutto sembra scorrere senza problemi dentro la più banale delle vicende politiche americane. Fino a che la cantante prende il microfono e inizia a cantare. Allora tra il pubblico vediamo avanzare un giovane con i capelli impomatati, trafelato e unticcio, e gli occhiali con la montatura dorata circolare appiccicati alle arcate sopraccigliari, con indosso quella che sembrerebbe una giacca militare. Intravediamo che porta con sé una custodia per violino e che con una chiave, un po' impacciato, indeciso su tutto, cerca di aprirla. E appena la star del Festival termina la sua esibizione, quel giovane punta una pistola verso il palco e spara, ammazzando la cantante e un uomo. Le vittime a questo punto, come fossero ingombro da smaltire, sono portate fuori dal perimetro del palcoscenico mentre il microfono viene affidato a un'altra cantante e il giovane sparatore viene immobilizzato da altri giovani. La reclutata cantante sul campo di battaglia intona It don't worry me. Non mi spaventa. It don't worry me / Because in my empire life is sweet. Non mi spaventa / Perché nel mio impero la vita è piacevole. E lo spettacolo, spaventosamente, prosegue superando come nulla fosse quanto appena accaduto: ha nulla è valso sparare contro la falsa, ipocrita retorica conservativa americana, dotata delle più straordinarie capacità di autotomia e rigenerazione proprie del capitalismo, sempre in grado di sacrificare ciò che diviene superfluo e non più produttivo e profittevole, per distrarre le masse mentre si reinventa nella falsità del sempre nuovo della modernità.

Ma da che cosa trae origine la cultura delle armi, sempre viva, negli Stati Uniti d'America?

Trae tutto origine dalla conquista del West, dalla necessità di urbanizzare i territori a ovest del grande Mississippi per rispondere alle necessità di sistemazione dei flussi migratori che già arrivavano dall'Europa, terre ancora inesplorate e abitate dai nativi e territorio di predazione di animali feroci. Luoghi remoti dove lo Stato Federale non poteva garantire la propria giurisdizione e protezione. Per questo James Madison, futuro Presidente degli Stati Uniti d'America (1809-1817) e tra i principali autori della Costituzione degli stati federali, propose e fece approvare dal 1° Congresso, il 25 settembre 1789, la Carta dei Diritti degli Stati Uniti d'America, la Costituzione degli Stati Uniti d'America, composta di 27 articoli o emendamenti sostanziali alla Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776, che nei primi dieci dispositivi comprendono, tra gli altri, il diritto alla libertà di espressione del proprio pensiero e del proprio sentimento religioso ma anche la separazione tra Stato e confessioni religiose (Primo Emendamento), il diritto al giusto processo, il diritto alla proprietà privata e alla difesa personale e del proprio patrimonio (Secondo Emendamento) e regola i rapporti tra Governo federale e Governo statale . La questione dei nativi, degli indiani d'America, e della imminente necessità di conquistare i territori a ovest del grande Mississippi, si evince già dalla Dichiarazione di Indipendenza dove all'articolo 18 dice, riferito alla Corona britannica: "He has excited domestic insurrections amongst us, and has endeavoured to bring on the inhabitants of our frontiers, the merciless Indian Savages, whose known rule of warfare, is an undistinguished destruction of all ages, sexes and conditions." Egli ha incitato alla guerra civile in mezzo a noi, e ha tentato di condurre contro i coloni delle nostre frontiera, gli spietati Indiani Selvaggi, dei quali la risaputa regola di ingaggio, è un indiscriminato annientamento di civili di ogni età, sesso e condizione.

Sono questi i marcatori della violenza e della corruzione della popolazione che abita i 50 stati della Federazione a stelle e strisce, che ci appare ingrandita e più grave di quella che è perché amplificata dallo statuto democratico che regola le istituzioni statunitensi, che nulla permette di nascondere, dove tutto traspare: basti qui ricordare lo scandalo Watergate, che causò l'8 agosto 1974 le dimissioni del potentissimo Richard Nixon, a metà del secondo mandato, nonostante al suo fianco aveva sempre potuto contare sull'appoggio di Henry Kissinger, il Presidente ombra degli Stati Uniti d'America almeno fino alla presidenza di Ronald Reagan (1981-1989); quando invece gli stati dittatoriali, la Russia, la Cina, la Corea del Nord, l'Iran, il Venezuela, Cuba eccetera, sono infinitamente più violenti e corrotti ma il loro imbarbarimento è scientificamente nascosto dalla propaganda di regime.

Ma, tornado sulla questione della legittima detenzione di armi in America, è giusto rilevare che non è mai consentita la vendita ai minori e a chi ha precedenti penali o soffre di dipendenze o patologie psichiatriche, e che ogni stato regola a suo modo l'accesso a questo diritto, chi in maniera più stringente, gli stati più urbanizzati, quelli sulla costa est, chi in maniera più permissiva senza neanche l'obbligo di registrazione dell'arma e del suo detentore, gli stati più rurali, quelli dell'ovest e del sud, dove ancora esistono sconfinati spazi dove la vita è vissuta in totale solitudine con la Natura, come in Texas, stato grande più del doppio dell'Italia ma dove vivono la metà degli abitanti che si sono da noi. Vige un limite di età di 18 anni per la detenzione di arma da fuoco a colpo singolo, e di 21 per quelle semiautomatiche. Questo fa degli Stati Uniti d'America lo stato con i civili più armati al mondo, che, potenzialmente, potrebbero, se organizzati, minare l'unità federale con un colpo di stato: "A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed." Una ben regolamentata Milizia, essendo necessaria alla sicurezza di un libero Stato, il diritto del popolo di detenere e portare Armi, non potrà essere violato. Questo narra il Secondo Emendamento, o, se si preferisce, la legge del Far West, disposizione legislativa a doppio taglio che rende tutt'altro che peregrina l'ipotesi di un colpo di stato.

Negli Stati Uniti d'America si pratica da sempre il tiro al piccione con i politici. È una solida tradizione, uno sport nazionale che, però, non ha mai avuto motivazioni ideologiche bensì psichiatriche e portate a compimento dai soliti cani sciolti, totalmente incontrollabili, come lo è anche Tyler Robinson, come lo è Decarlos Brown Jr, lo scannatore di Charlotte, North Carolina, e tantissimi altri ancora in circolazione per le strade d'America. Come il fanatismo religioso statunitense partorisce a ogni ora un nuovo predicatore del giusto in un mondo che non riconoscono più perché profondamente mutato per complicazione, ed è un processo irreversibile: si può solo prendere atto delle trasformazioni sociali, in alcun modo evitabili. I cosiddetti MAGA (Make America Great Again), detto per inciso, non rappresentano altro che una versione giovane del Tea Party, che erano invece vecchi razzisti secessionisti bianchi dell'antipolitica che trovavano il loro campo di coltura nell'America più rurale e profonda ai quali andava stretto, perché troppo democratico, troppo riformista, persino il Partito Repubblicano; movimenti che si dissiperanno così come sono nati, vale a dire con il secondo e ultimo mandato presidenziale di Donald Trump. E sicuramente ne sorgeranno altri intorno ai nuovi politici del razzismo.

Certamente tale attività venatoria è favorita dal Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, che ha, però, un radicamento culturale fortissimo. Basti pensare che mentre da noi il giorno della Cresima si usava regalare l'orologio, nell'America rurale a dodici anni i parenti, il padre di solito, regala al figlio, soprattutto al maschio ma anche alla femmina, il primo fucile da caccia, ad aria compressa e di piccolo calibro per iniziare a esercitarsi al tiro di piccoli animali in attesa della maggiore età – più in là arriverà la caccia grossa al Presidente di turno.

Questa tradizionale caccia al politico di turno inizia negli Stati Uniti d'America precisamente il 15 aprile 1865 con l'assassinio di Abraham Lincoln e arriva fino ad oggi (e proseguirà certamente: non credo che Donald Trump porterà a termine vivo il suo mandato) con l'assassinio di Charlie Kirk, avvenuto il 10 settembre appena trascorso a Orem, una piccola cittadina dello Utah, a ovest del grande Mississippi, vale a dire già nel selvaggio West.

Tra le tante sciocchezze ascoltate in questi giorni, come quanto affermato da Piergiorgio Odifreddi, che ha rivendicato l'oggettività di una diversa qualità degli omicidi, cioè che uccidere Martin Luter King, assassinato a Memphis, Tennessee, il 4 aprile 1964, che è da comprendere nella lista dei leader politici vittime della suddetta attività venatoria, freddato a distanza da James Earl Ray con un colpo alla testa sparato con un fucile di precisione, non equivale all'omicidio di Kirk perché la vita di un estremista di destra, di un fascista, vale meno di quella di un pacifista, o comunque a viverla fa meno danni; ma Kirk non è che andasse a sparare in giro alla gente, bensì si limitava a predicare le sue idee inascoltabili, e non ha mai invitato all'eliminazione fisica dell'avversario politico. Insomma, sia King che Kirk esprimevano, credendo di essere protetti dalle libertà democratiche, le proprie opinioni politiche, vale a dire il modo migliore secondo loro di costruire una società che credevano più giusta. Entrambi avevano pari diritto di esprimersi e il popolo di ascoltarli e giudicarli. Quando invece nessuno ha il diritto di ammazzare chi non la pensa come lui – come invece ha invitato a fare pubblicamente a danno dello scrivente Renato Pilogallo di Teramo, noto promotore culturale cittadino, e per fortuna che noi teramani Non siamo mica gli americani! Senza se e senza ma.

Tra le tante sciocchezze ascoltate in questi giorni, dicevo, la più comica è stata detta da Roberto Saviano, l'esaltatore di sapidità della criminalità organizzata (molto più furbo di Odifreddi perché ha saputo velare il suo intento giustificazionista, degno figlio partorito dalla doppia morale di "sinistra"), quando ha affermato che dopo l'attentato di Kirk l'America sarebbe cambiata per sempre come se in precedenza non avesse subito simili scossoni sociali, quando ne ha sopportati di ben maggiori perché l'Unione è forte di solidissime Carte, indipendentista e costituzionale, le prime, la più antiche, ispiratrici di tutti i moti indipendentisti e repubblicani, e perfino della Rivoluzione francese (presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789), basti ricordare Gilbert du Motier de La Fayette, oppure che Karl Marx, a un certo punto della sua ricerca, individuò proprio negli Stati Uniti d'America il luogo ideale per portare a compimento la rivoluzione del proletariato.

Mentre la cosa più volgare e vergognosa di tutte l'ho letta in un titolo de Il Messaggero di domenica 14 settembre, questo: Tyler Robinson «ha una relazione con una persona transgender».

Quindi si può stare tranquilli, e si tranquillizzi pure il divulgatore esaltatore delle biografie criminali: gli Stati Uniti d'America, nel bene e nel male delle armi, nel bene perché consentono la difesa, nel male perché consentono l'offesa, resteranno per sempre quello che sono dal 4 luglio 1776: quando si pretende di parlare di America e americani, bisogna prima spurgarsi dalle scadute ideologie per avere lo sguardo limpido e la mente chiarita sulle cose.

Prima di aprire bocca, bisogna sapere bene di che cosa si sta parlando. Anche quando si parla di democrazia bisogna sapere bene di che cosa si sta parlando. Soprattutto chi nel nostro paese, ancora annebbiato di ideologie mortali, tifa Putin e il massacro palestinese mascherandosi da pacifista mentre organizza infantili pericolose gite in barca, essendo invece un volgare antisemita, un pacinoroso.

Prima di aprire bocca, bisogna sapere bene di che cosa si sta parlando, così si capirebbe che Charlie Kirk e Tyler Robinson sono due facce della stessa moneta, quella che da sempre garantisce un netto dominio sul mondo perché difesa dal più moderno e armato esercito sulla faccia della Terra, perché, dentro una sempre maggiore concentrazione di ricchezza e conseguente diffusione della povertà, l'unica azione rimasta ai governi è la guerra – si capirebbe questo, quando si sapesse di cosa si sta parlando. Per questo è ripresa la mai dal vero interrotta corsa agli armamenti, da Oriente a Occidente.

Nulla ho più in odio della parola "pace", perché nulla è più ipocrita e falso della parola "pace".

Più Armi Più Pace.

MASSIMO RIDOLFI



  • immagine: un fotogramma del film Nashville di Robert Altman (1925-2006) del 1975, Paramount Pictures-ABC Motion Pictures [N.d.R.].
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© 2025 Carte Terrestri: scritti di politica cultura e società
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