CHICANE
«un'abitudine a bordo
strada,
se l'accarezzi sul dorso fa le fusa,
fraterna ci accompagna alla svolta,
una decina di metri più avanti.»
Daniele Beghè (1963-2025)
Come è bella questa chiusa. Com'è riuscita. Che ci lascia lì a guardare nell'attesa di un accadimento nuovo. L'inizio e la fine di una poesia sono i momenti più determinanti. Sono i momenti più determinanti in Letteratura perché racchiudo l'intero senso di un'opera. Ma in poesia lo sono di più. E sono un dono. Cose che non si insegnano perché non si possono imparare. Allora come è bella questa poesia. Questa poesia che ci racconta della ferma compagnia di una panchina, di periferia.
Ma cosa significa che una poesia è bella?
Una poesia è bella, vale a dire riuscita, quando ottiene di riempiere un vuoto che non sapevamo di avere. Si intitolata Bestia calma, la poesia della quale ho riportato in epigrafe i terminali quattro versi: la trovate a pagina 27, che apre la sezione che dona il titolo alla intera silloge. E i titoli sono importanti. In poesia i titoli sono importanti quanto troppo spesso trascurati: Beghè è un poeta di titoli. Ed è dal titolo che inizia la sua poesia. Il titolo in poesia equivale all'intonazione musicale: il titolo in poesia svolge lo stesso ruolo del primo violino in una orchestra, che richiama al La tutti gli strumenti e invita all'ascolto del concerto richiamando l'attenzione del pubblico; un po' come fa il campanello liturgico che annuncia l'inizio di una messa, e sono due paragoni pregnanti, perché la poesia è Musica, perché la poesia è un canto di Preghiera, se è Poesia. Non è facile, il titolo. Come non è facile il ruolo del primo violino. Per questo molti poeti non utilizzano questo innesco. Non ne hanno il talento. Questo talento manca persino nei più grandi. A Beghè, però, non manca.
In questa sua silloge il poeta sembra volerci indicare un percorso, il suo percorso, e di farcene parte, fatto di Rettilineo (p. 7), di Chicane (p. 25, la sezione più intensa), di Andirivieni (p. 41, forse la sezione meno a fuoco), di piazze de L'altra campana (p. 57, eccessivamente prosastica così da perdere di ritmo) e di Buonvento (p. 75). Percorso dove riesce a dare animo, cioè vita, a ogni cosa, come a una panchina a bordo strada appunto.
"S'ingola nel sottopasso la strada" (p. 9): osservate la nitidezza di questa immagine, e gli strumenti lessicali rinnovati di questo poeta: esattamente questo intendo quando scrivo, poco compreso, che la poesia che non si capisce non è Poesia, e che le parole si usano per dire le cose. L'arte, tutta, è traduzione di una visione, quindi di immagini, e non altro. La Poesia, nella sua interezza concreta, è immagine. Non si racconta scrivendo, bensì, scrivendo, si mostra; e deve essere sempre il reso esatto di una esperienza affinché riesca a farsi patrimonio collettivo.
Un'altra necessità del testo letterario, e ancora più forte in poesia, è che contenga in animo una funzione critica, cioè di osservazione e pensiero dell'osservatore. Lo scrittore è innanzitutto un critico. E il poeta è il maggiore di questi critici: "[...] Ti osservo toccare, / di corsa, senza sentimentalismi, la frutta raccolta / tre euro l'ora [...] / schivare in arginate gole di vetrate continue [...] / Non ti giudico, le mie parole non parlano [...] / cerco per noi / un varco nel muro del sistema." (p. 11). E ancora: "La norma tutto prevede e tutto permette / alla cooperativa / del polo logistico integrato / nel parcheggio padano, / con sede, legale, in Romania." (p. 13).
Quindi notevole è in questo poeta la capacità, tutta artistica, di aderenza con il reale. Talento che gli permette di introdurre con naturalezza nei propri componimenti il dato biografico, non perdendo mai di ritmo (eccetto che nella sezione L'altra campana, si è detto), sempre verticale teso e battente, anche nel verso più liberato (Montaggi, p. 17; Lavoro a mano armata, p. 18, e altre poesie).
Si registra anche un rinnovato e coraggioso uso del vocabolario tutto votato al senso, che riesce nel verso, in Poesia, nell'adattamento anche di termini di una nomenclatura strettamente tecnica, che si direbbe inpoetica: neoprene (p. 21), moplen (p. 31), composito di carbonio (p.33), che contrappone abilmente a un lessico della Natura; uso tutto che scardina, che apre e tenta nuovi passaggi d'animo e possibili uscite: "Lo stoma dell'autobus mi proietta / nel cielo rosso oltre il distributore / in stato di abbandono" fa invece l'incipit di Bestia calma, la poesia della quale ho riportato in epigrafe i terminali quattro versi, quella a pagina 27.
Arrivo a questa recensione con grave ritardo, ma la vita ti accade e precipita rovinosamente tra le mani da un momento all'altro. Ma tra le mani ora, qui, come possono le mani degli uomini, prendo questo libro, Chicane (Avagliano 2024), di Daniele Beghè, che ferma la sua dedica sul frontespizio al 18 ottobre 2024: sono più di undici i mesi che hanno accumulato il mio ritardo. Ma continuiamo a leggere. Allora torno indietro, alla nota d'autore, una delle 8 prose presenti nella raccolta (a pagina 69 si conserva anche una poesia in dialetto parmigiano), come soste proposte al lettore lungo il cammino del poeta: quindi torno indietro e sosto su Intimo prequel, a pagina 5.
E quanto è bello dire di non sapere. L'ho insegnato pure a mia figlia: non vergognarti mai di dire di non sapere, e anche di dire di non capire, perché c'è sempre un'altra occasione per imparare, e rimparare pure, le ho detto e le ripeto, perché si è sempre insufficienti, ci insegna Robert Frost. In questa breve prosa di accoglienza, Beghè ci informa che nel 2004 ancora non aveva letto Infanzia berlinese (1950) di Walter Benjamin. Che bello! Che fortuna leggere da nuovo, vergine, un testo così importante. Marco, un amico, quando gli ho detto che non ho mai visto Il Signore degli Anelli, mi ha risposto, radioso: "Vorrei essere te!" lui che lo ha visto e rivisto una infinità di volte che non è stata mai come la prima volta. Ecco, il senso della Libertà sta tutto nella scelta. Si consuma tutta nella scelta la nostra Libertà. Quindi siamo di fronte a un poeta che sa della sua Libertà e ce ne dà notizia.
Ogni volta che mi giunge un libro di poesia, mi commuovo. Mi commuovono tanta generosità e fiducia. Che ripago sempre e con gli interessi di un vero interesse per il lavoro degli altri letterati, di cui mi nutro, da cui imparo sempre qualcosa che ancora non sapevo. Che ripagherò sempre della mia lettura, quindi con una azione che è costretta nel futuro, cioè in un dopo la scrittura, per forza di cose, per processo naturale, per l'inarrestabile scorrere del tempo che ci porta secondo dopo secondo sempre un poco più avanti – e con il reso di qualche riga scritta dentro il vero che compone la mia critica, per quel poco che vale ogni mia parola. Che è poco perché è sempre troppo poco rispetto al dono di una poesia bella perché riuscita nell'indifferenza del vuoto che c'era prima.
MASSIMO RIDOLFI