FOTTUTA BORGHESIA

06.01.2026

«Monteverde era una culla, e pensavamo che non ci sarebbe mai capitato niente e ci avrebbe risparmiati dai pericoli della periferia.»
Alessandro Bellomarini 


Questo di Alessandro Bellomarini (Fottuta borghesia, Transeuropa 2025), lo si dica subito, è un libro che mira dritto al nervo nodoso della questione vita e metropoli, in un Paese dove è oggettivamente impossibile immaginarlo metropolitano, così stretto tra vicoli e sentieri.

E l'editore di Massa, pienamente rinnovato dentro questa sua nuova veste grafica che riveste sempre un contenuto sostanziale, che non abbellisce quindi ma valorizza, ci avvisa che quanto andremo a leggere proviene dall'ispirazione di una vicenda realmente accaduta. Affermazione questa che, in letteratura, carica di ulteriori responsabilità l'autore, perché un fatto della realtà richiede un trattamento davvero talentuoso e di fine artigianato per non scadere nel cronachistico, nel giornalistico.

"Questo libro nasce dalla morte." (p. 7) ci avvisa immediatamente dopo Francesca La Carrubba, autrice di una ombra incongrua ma presaga a illustrazione della vicenda che andremo a leggere. Avviso, però, editore, prefatore e, soprattutto, autore, che la borghesia esiste ancora, ed è quel sogno cullato nel didentro di ognuno di noi: la casa sempre calda in inverno e fresca in estate; il piatto sempre caldo in inverno e fresco in estate; la doccia sempre calda in inverno e fresca in estate, beni e comodità così acquisiti oramai da considerarli scontati, dati. Ma, ovviamente, non è così come sogna l'aspirante borghese che va il mondo.

In questo romanzo, intanto, ci sono tanti nomi e diversi cognomi puntati a mo' di autocensura all'americana, dove soprattutto negli anni Cinquanta si temeva che solo a nominare chicchessia per iscritto dentro un racconto si rischiasse la testa e il capitale; e c'è un nome proprio di persona che spicca su tutti gli altri: Fabrizio. E di questo Fabrizio qui ci racconta Alessandro. Dalla scuola materna alla adulta meschina delinquenza ce lo racconta. Dal fare il bullo con i compagnetti di scuola alle manette della Polizia.

Ed è un racconto che si segue bene, che agilmente ci spinge a proseguirne la lettura perché non promette nulla di più di una storia, che pare come educato dalle sempre poco raccomandabili scuole di scrittura creativa. Che sa portarti solo dove vuole farti arrivare attraverso una arrotata prima persona che, però, non ci soffoca aggrovigliandoci nella ormai abusata prima persona tutta scritta di schiena al lettore, tutta Io e nessun altro nel mondo, perché è ariosa, messa di sguincio.

Si lascia leggere con scioltezza la storia di Fabrizio: la parte più riuscita del romanzo è sicuramente l'improbabile on the road in Romania (pp. 138-157). E davvero non è poco a riuscirla a scrivere così una storia, benché si registrano alcune distrazioni sintattiche lungo il testo, a titolo di esempio: "[...] inseguendosi in una disperata." (p. 20); "[...] su di un carrello [...]" (p. 23); "[...] si impossessò della parte introversa di me." (p. 27) ma tutto sopportabile perché ci sta, perché è pur vero che un romanzo, a differenza di una poesia, è fatto di tantissime parole.

E poi si registra un aborto del discorso diretto rendendo i molti personaggi del romanzo di fatto asfittici o tutti rimasticati dall'Io narrante che, però, in questa veste si fa giudicante, persino moraleggiante: passivo-aggressivo si direbbe oggi. Ed è sicuramente l'atteggiamento meno raccomandabile da assumere per mettersi a scrivere qualsiasi cosa, fosse anche solo la lista della spesa: lo scrittore, se vuole sperare di fare letteratura, deve assumere un atteggiamento critico non giudicante, ed è una differenza capitale, cioè che ne vale della propria testa.

Quindi è un romanzo di formazione. È il romanzo di formazione di Alessandro, l'autore. È il romanzo di formazione di Alessandro attraverso il suo personale racconto di Fabrizio, compresi piccoli innocui feroci tradimenti. È sostanzialmente un diario di scuola tardo adolescenziale. Quindi per sua natura lineare. Acerbo. Un diario romano dove però possiamo rileggerci tutti. E tutti, nel caso divenuti padri o madri, rileggerlo nei propri figli questo stare per le scuole italiane e dentro le compagnie di ieri e di oggi, ahimè di sempre. Divisi per stato sociale. Rispecchiati nella società di sempre. Immutabile stare nel mondo.

La lettura di questa Fottuta borghesia, però, mi ha riportato alla mente nientepopodimeno che un testo delle mie scuole medie alla Scuola Statale Renato Molinari di Teramo; un romanzo che racconta della vita di un ragazzo delle popolari; un ragazzo che dentro i pomeriggi d'inverno studia sotto la luce giallognola della cucina, sul tavolo, mentre la madre prepara la cena, parca, magra, di magra, mentre attende il marito rientri dalla certezza del turno di fabbrica o dall'incerta giornata di cantiere; racconto dove io rivedevo la mia vita di quel preciso momento; romanzo che mi è rimasto tanto impresso da non ricordarne né titolo né autore ma il suo ambiente, così ben reso da diventare di senso comune, conosciuto: chissà se qualcuno, leggendo questa recensione, saprà dirmi di che romanzo sto malamente ricordando? Mi manca tanto. Da sempre. Scritto bene. Con semplicità. Che sa portarti dove vuole farti arrivare, come ha tentato di fare in questo suo libro Alessandro Bellomarini.

MASSIMO RIDOLFI

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