I TRE ATTI DISATTESI DI ELSO SIMONE SERPENTINI
«Buongiorno.
Devo spezzare la carne e non trovo a casa un coltello adatto. Avreste da
prestarmi un coltello che mi possa essere più utile di quelli che ho io?»
Elisa, da La
Squartatrice, dramma in tre atti di Elso Simone Serpentini, inedito e mai
rappresentato.
«Caro il mio Barbarossa, studente in filosofia
Con il tuo italiano insicuro certe cose le sapevi dire
Oh lo so, lo so, lo so, lo so bene, lo so
Una donna da amare in due in comune fra te e me»
IVAN GRAZIANI (1945-1997)
Molti a Teramo pensano che il Barbarossa di cui racconta Ivan Graziani nella sua Firenze (Canzone Triste), sia proprio Elso Simone Serpentini, professore emerito di storia e filosofia del liceo della città, il fatto malandare Delfico. Un paio di dati oggettivi confermerebbero questo sospetto: i due, sostanzialmente coetanei (Serpentini è della classe del '42), vivevano nello stesso quartiere, in via Campo Boario, ed erano amici d'infanzia. Un altro paio di dati oggettivi, al contrario, non confermerebbero questo sospetto: Serpentini si è laureato a Roma e non a Firenze e il suo italiano è solidissimo.
Serpentini ha all'attivo decine di pubblicazioni saggistiche che raccontano l'Abruzzo teramano attraverso le più svariate vicende e biografie. 37 di queste pubblicazioni sono comprese nella collana La Corte! Processi celebri teramani, dove racchiude vent'anni di studi (2001-2020) pubblicati sulla letteratura giudiziaria conservata negli archivi pubblici della nostra città, che ha alacremente raccolto e riportato dentro la forma del racconto cronacachistico.
Ma la ricerca ventennale di Serpentini non fonda certo il suo motivo nell'attuale voyeurismo del dolore, sempre volgare, che anima televisioni e social media. No! Serpentini si accorge che dentro quelle carte polverose, tribunalizie, si racconta la storia particolare del nostro popolo, che è spaccato sociologico della vita vera perché pesca la tragedia del collettivo nel dramma del singolo.
Il secondo volume della collana è dedicato alla vicenda giudiziaria riguardante Il processo Monteverde, ovvero di quando mercoledì 13 agosto 1952, in un dignitoso appartamento appena fuori le mura della città di Teramo, la domestica e ragazza madre Elisa De Benedictis uccise e depezzò Cesarina Monteverde, che riteneva d'ostacolo ai suoi sogni di emancipazione matrimoniale con il giovane vedovo Gino Urbani, al quale si era già concessa ricevendo promessa di matrimonio.
Questa vicenda di sangue è rimasta per anni in balia dell'immaginario collettivo dei teramani, e quando si passava innanzi ai luoghi dell'atroce delitto, il complesso detto Palazzo dei Mutilati, che non erano altro che delle case popolari, ora demolito causa i terremoti del '9 e del '16, non si mancava mai di commentare. Immaginario che, però, ha trovato la sua concretezza letteraria solo nel 2002 quando Serpentini pubblicò appunto La Squartatrice (Il Cittadino Libri).
Di appena un anno successivo è il dramma che Serpentini trasse dal suo studio. Un dramma in tre atti. Una vera drammaturgia, formalmente impeccabile, come raramente se ne leggono in Italia almeno dagli anni '70 in avanti, cioè da quando la performance e l'improvvisazione sembra abbiano preso il sopravvento sul testo e trasferito sulle tavole del palcoscenico la palestra di ginnastica e persino il circo: tale deriva parte dal 1947, vale a dire da quando Judith Malina e Julian Beck fondarono a New York il Living Theatre, e pensare che Malina fu allieva del grande Erwin Piscator, il padre del teatro politico, l'inventore del teatro industriale.
Ma da un lato, cioè sull'altro versante, il teatro di intrattenimento borghese faceva ugualmente i suoi danni, oggi giunto a imitazione del cinema, farcito di caratteristi, e per averne contezza basti guardare le produzioni degli ultimi otto anni della Fondazione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale sotto la direzione artistica di Valerio Binasco, che sembra aver trasferito ai teatri della città magica l'Actor Studio in brutta copia, finendoli per tramutare in luoghi deputati alla gigioneria.
Qui ho invece in mano una drammaturgia, vivaddio!
Il testo, appunto una drammaturgia perché definisce con precisione scene e azioni e intenzioni (è mancante l'indicazione dei costumi di scena, che si possono facilmente immaginare in un nero totale contrapposto a luce fredda, elementi utili a evidenziare il recitativo drammatico), non limitandosi appunto alla stesura del raccontino da leggere a voce ma da mettere in atto, tenta una riproposizione della vicenda giudiziaria portando a teatro i protagonisti agenti dentro il fatto di sangue partendo dal delitto e arrivando alla condanna, animando magistralmente i corpi e gli aliti delle voci dei protagonisti.
Formidabile è la trattazione della figura tutt'altro che chiarita di Gino Urbani, che Serpentini si limita a esporre senza giudizio, senza necessità di chiarirla; come non cede al crinale esistenzialista e pietista a favore di Elisa De Benedictis: "Alla vittima sono stati tagliati gli arti quando essa non era ancora morta." lascia che dica in arringa l'Avv. Pirocchi, immergendoci dentro un tribunale non di Dio ma propriamente del popolo, come fa Fritz Lang nel '31 con il suo M - Il mostro di Düsseldorf, dando così a questo suo lavoro una chiara marca politica e civile: questo è teatro politico perché di rilevanza sociale; e particolarmente significative, perché cariche di senso, che ci interroga sempre, risultano pure le lettere che chiudono il dramma, che segnano sicuramente le pagine più difficili da rendere in scena, e per questo richiedono la massima attenzione registica per non rischiarne la volgare banalizzazione: è qui che si nasconde la cifra calcolata del capolavoro di regia dell'eventuale messa in scena di questo testo.
Il drammaturgo sceglie per i suoi personaggi di farli dire in italiano come se cercasse un distacco scientifico, straniante, brechtiano, dall'esposizione dell'accaduto, montando così una meccanica drammaturgica che aziona una ben oliata dinamica della recitazione: a leggerlo questo testo, tra l'altro scorrevolissimo perché le note in didascalia sono segnate rapidamente per farle efficaci e i dialoghi in battuta sono scarni, diretti, inquisitori appunto, anche tenuto conto del diverso e scelto registro linguistico di Serpentini, porta subito alla mente, per certi versi, Carlo Emilio Gadda de Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che vide la sua pubblicazione in volume, dopo essere apparso diviso in cinque puntate sul periodico fiorentino Letteratura nel 1946, solo nel 1957, grazie all'interessamento di Pier Paolo Pasolini che lo promosse presso Livio Garzanti.
La prima difficoltà che emerge dalla lettura del testo, che si concentra soprattutto sulla fase processuale della vicenda, documentata in atti, è solo di carattere produttivo, che ben si palesa nell'elenco dei personaggi: non 6, non 12, ma ben 25. Non credo che oggi il teatro italiano abbia in servizio produttori e registi in grado di governare 25 personaggi sulla scena (ma io ne ho contati addirittura 26 più le voci fuoricampo, perché a pagina 8 compare un certo Commissario Suppa non segnalato sul copione; in ogni modo credo riducibili a meno della metà in una attenta rilettura e riscrittura di regia); una scena industriale quindi, che fallì già a più riprese, a partire dagli anni '20 del secolo scorso in avanti, il teatro politico di Piscator, e che riusciva in Italia a esistere, sotto la direzione di Luca Ronconi, solo grazie agli ingenti finanziamenti pubblici.
Questo aspetto, di per sé, è la condanna che relega all'ergastolo della mancata messa in scena l'opera di Serpentini, che, però, insiste caparbia sulla carta, nel testo, la sua dignità drammaturgica, che è insieme valore e Lezione; valore del lavoro intellettuale e Lezione del fare contrario alle convenienze e solo a servizio dell'arte teatrale, che è, prima di tutto, capacità di mettere in azione il corpo umano, e di questo movimento farne teatro e poesia indirizzata alla ricerca del senso, che è sempre indagine sui motivi dello stare al mondo.
È solo il teatro luogo eletto alla rappresentazione pubblica della società che continuiamo a vivere e morire, dagli antichi tragediografi greci a domani – un "domani" che è sempre il futuro più prossimo alla vita reale.
MASSIMO RIDOLFI