IL CINEASTA
«Se io abbandonassi
questo progetto, sarei un uomo senza sogni, e non voglio vivere in quel modo.
Vivo o muoio con questo progetto.»
WERNER HERZOG
La Storia del Cinema ha un nome lume che in sé definisce la figura del cineasta: Cecil B. DeMille. Nome che in sé racchiude tutta la storia della produzione cinematografica, dal cinema muto, The Squaw Man (film 1914), all'avvento del coloratissimo CinemaScope, I dieci comandamenti (1956), che in realtà usava il VistaVision, la risposta della Paramount alla 20th Century Fox sulla lotta per la conquista tecnologica del grande schermo, che lanciò il CinemaScope per le riprese di un altro colossal a tema sacro, La tunica (1953), per la regia di Henry Koster. Il Cinema in quegli anni divenne davvero industriale, con investimenti milionari e preproduzioni di anni per lo studio di scene che andavano girate non negli Studios ma direttamente sui luoghi dove i fatti sono raccontati.
DeMille fu una figura molto controversa, maccartista e massone, clamorosi furono in quegli anni i contrasti con John Ford e Joseph L. Mankiewicz, strenui oppositori alle politiche del senatore repubblicano Joseph McCarthy, eppure amatissimo dagli attori che aveva portato al successo e dai giovani registi, come ad esempio Gloria Swanson e Billy Wilder, che in Viale del tramonto (1950) lo chiamerà a interpretare se stesso: "Eccomi DeMille, sono pronta per il mio primo piano." dice l'ultima battuta in sceneggiatura sulle labbra della Swanson, che chiude in gloria una carriera facendo il nome del regista che la consacrò come la più grande interprete femminile del cinema muto.
Se c'è un regista che ha incorporato e fatta propria la figura del cineasta sull'insegnamento Cecil B. DeMille, questo regista è sicuramente Werner Herzog, uno dei sette re del Nuovo Cinema Tedesco, che ebbe enorme rilievo negli anni '60 e '70, movimento che trasse ispirazione dal Neorealismo e dalla Nouvelle Vague. Anzi, Herzog lo è stato più di DeMille cineasta perché non ha mai avuto alle spalle le grosse produzioni americane e faticava anche a procurarsi la pellicola per portare a termine i propri film, girati molto spesso con camera in spalla, camminando le Ande, navigando il Rio delle Amazzoni e il Golfo di Guinea, risalendo verso il lago Volta in Ghana. Herzog ha portato la sua macchina da presa e i suoi sogni dove nessun regista ha mai osato.
Tre sono i film, su tutti, che testimoniano la grandezza di questo artista, la statura senza precedenti del Cineasta Herzog: Aguirre, furore di Dio (1972), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987), film impossibili girati in luoghi altrettanto impossibili. Chi in quegl'anni sceglieva di fare un film con Herzog, doveva rinunciare per prima cosa ai benefici delle star, soprattutto agli ingaggi, e tenere bene a mente che la priorità era quella di riportare la pelle a casa, prima o poi. Tutte produzioni difficili perché basate solo sui sogni di questo grande regista, che scriveva soggetto e sceneggiatura, che non lasciava nulla al caso ma che al caso si affidava.
Quindi autore di film colossali non per l'impiego di mezzi ma per la difficoltà di realizzazione. Herzog, uomo di una pazienza biblica, durante le riprese di Cobra Verde pensò seriamente di ammazzare con un colpo di pistola Klaus Kinski, suo attore simbolo, vero demone del cinema europeo. A malincuore, Herzog, dopo questa esperienza, rinunciò a lavorare con Kinski per il resto della sua carriera, al quale, però, tributerà un commosso documentario, Kinski, il mio nemico più caro (1999), titolo emblematico di una pellicola che non scade nel pietismo della retorica.
Ma Herzog è artista di un'opera ricca, che comprende anche film più intimi e facilitati, come Anche i nani hanno cominciato da piccoli (1970), L'enigma di Kaspar Hauser (1974), La ballata di Stroszek (1976) e Woyzeck (1979), qui ancora con Kinski, e documentari di straordinario impatto; persino importanti regie d'opera vanta Herzog, che spaziano da Giuseppe Verdi a Richard Wagner, da Ferruccio Busoni a Ludwig van Beethoven, passando per Wolfgang Amadeus Mozart e Gioachino Rossini.
Ecco, il teatro dell'opera. Brian Sweeny Fitzgerald non è altro che un melomane che ha un sogno impossibile, proprio come quelli di Herzog: costruire un grande teatro dell'opera a Iquitos, Perù, cioè nel mezzo dell'Amazzonia, città raggiungibile solo per via fluviale, vale a dire traversando il Rio delle Amazzoni, dove portare a cantare Enrico Caruso. Fitzgerald sa che l'unica cosa che ha il potere di pacificare gli uomini è l'arte.
Allora, no. Devo correggermi: per comprendere la grandezza di questo artista, la statura senza precedenti del Cineasta Herzog, e quanto siano i più forti di sempre i suoi sogni, non basta vedere i suoi film se non si è letto un suo libro in particolare: La conquista dell'inutile (2007), il diario di lavorazione di Fitzcarraldo, il film più impossibile della Storia del Cinema. Nella sua Masterclass tenuta in Biennale, Herzog ha detto che è tanto scrittore quanto è regista, e che sono due modi differenti di fare la sua arte.
A leggere questo suo libro si verrebbe a conoscenza che dentro quelle palafitte alluvionate piantate dalle parti del Perù, invase da mosquito di qualche etto, alloggiavano Mick Jagger e Jerry Hall, Claudia Cardinale e Jason Robards, e che Jagger a un certo punto dovette abbandonare la produzione perché doveva partire in tournée con gli Stones, e che Robards, esasperato dai ritardi, si ammalò e abbandonò la parte da protagonista, rimpiazzato a quel punto da Kinski, che gli indigeni volevano uccidere perché credevano posseduto da spiriti malvagi, e che ci furono morti e feriti perché la Huallaga, la nave di Fitzcarraldo di 300 tonnellate, davvero fu fatta scollinare per riprendere a navigare dall'altra parte del Rio delle Amazzoni, e che fu per questa strenua ricerca di realismo che Herzog perse il finanziamento della 20th Century Fox.
Il Leone alla Carriera assegnato a Werner Herzog va a sanare un curriculum in verità avaro di riconoscimenti, perché in precedenza la sua opera solo in due occasioni ha goduto di attenzione, e in entrambi i casi accadde al Festival di Cannes, quando nel 1975 gli fu assegnato il Grand Prix, il secondo premio, la Palma d'argento, per L'enigma di Kaspar Hauser, e nel 1982 il Premio per la miglior regia, il quarto premio, la Palma di legno, per Fitzcarraldo – tutto questo mentre stiamo vivendo gli ultimi sprazzi di luce della Settima arte, destinata a sparire in un finale tramonto dentro un mondo fatto di uomini che non riescono a prestare attenzione a nulla per più di un minuto, ma che divorano intere serie in streaming in una sola notte, tramutandosi da spettatori a definitivi, terminali consumatori.
MASSIMO RIDOLFI