IL MORALISTA

22.08.2025

La questione morale è cosa assai seria. È un concetto che investe la vita di ogni singola persona e, in più, è frutto che matura nella cultura di un popolo. Il concetto di morale supera quello di etica; etica che identifica, semplificando, il male minore e necessario, vale a dire la improrogabile necessità di agire tra il Bene e il Male. La morale, al contrario, non concepisce mai il male come minore e necessario. Ad esempio: è etico che un medico pratichi l'aborto ma praticare l'aborto rimane un fatto immorale. Da cui nasce il diritto all'obiezione di coscienza. Il moralista invece è, semplicemente, un ipocrita.

Ma calando il discorso a questioni di molto secondarie, quella del moralista è la posizione peggiore che un artista possa assumere.

Mi riferisco al Maestro teramano Enrico Melozzi, giunto al successo dopo la sua decennale esperienza come arrangiatore turnista al Festival di Sanremo, e da tre anni direttore artistico nonché ideatore della Notte dei Serpenti, spettacolo musicale per la televisione che ha il meritorio compito di portare alla ribalta nazionale e internazionale la cultura abruzzese partendo dalla canzone popolare che più popolare non ce n'è, che più spesso anima il ballo antico del saltarello, ricalcando da par suo l'esempio della Notte della Taranta.

Ovviamente, per portare la musica della Nostra campagna dalla terra al palcoscenico e renderla televisivamente consumabile, bisogna snaturarla fino a svilirla, cioè fino a tradirla. E alloradaijè di tacchè e daijè di puntda con assurdi arrangiamenti orchestrali, con l'enfasi degli archi, e furberie simili, fino a chiamare a cantare il cantante di grido o calante per fare più simpatica e popolare la musica popolare abruzzese – ripeto: per fare più simpatica e popolare la musica popolare abruzzese. Ma non bisogna prendersela più di tanto perché è solo un costosissimo spettacolo per la televisione che nulla ha a che fare con la tradizione della Nostra campagna. Povera. Che si faceva forza con la sola voce e, al massimo, con l'ausilio di poveri strumenti artigianali battenti che suonavano sempre la stessa nota stonata, l'unica possibile, ma buona per ogni frase musicale e per ogni improbabile voce. La musica popolare è una cosa semplice e complicare una cosa semplice rappresenta sempre una soluzione poco intelligente.

Battente?

Non posso non ricordare il Maestro Antonio Infantino (1944-2018), morto solo in una stanza di Firenze una gelida notte di gennaio. Pure il grande studioso di origini lucane si pose lo stesso problema che si è posto Melozzi pensando alla Notte dei Serpenti, prima di tentare la divulgazione del canto della sua di terra, la punta arsa della Lucania: mezzo secolo prima del maestro teramano (che se a Sanremo evitasse di usare la nobile bacchetta del direttore d'orchestra come fosse lo stecco di un arrosticino, farebbe cosa davvero buona e giusta per la Nostra terra, che pare, a far così, destinata solo ai cafoni solo mangiatori di pecora a tocchetti cotta alla brace mentre la cucina teramana è ricchissima e non mi risulta ce ne siano al mondo di più buone), mezzo secolo prima di tutti, Infantino si preoccupò di portare alla ribalta la musica popolare della sua terra originale, cioè la taranta, la tarantella, perché Infantino pensava che era troppo pallosa la cantata della sua campagna d'origine così come era da portare su un palco, a chi non campava da contadino. Allora, si ingegnò, già dai primi anni Settanta e traendo insegnamento dagli studi sul tarantismo lucano di Ernesto de Martino, risalenti alle prime osservazioni etnologiche degli anni Cinquanta, a dargli un ritmo, che fosse battente. Utilizzò per prima cosa la chitarra a battente e poi i tamburi dei Tarantolati di Tricarico (1974). Ecco, Infantino, da studioso prima e da musicista poi, si preoccupò di divulgare la taranta senza correre il rischio di snaturarla, accompagnandola quindi solo con strumenti musicali umili, d'artigiano, da dilettante, come cantare nelle campagne era un diletto che alleviava il faticare e non faceva mica professori.

Ma dopo questa necessaria premessa a chi leggesse, arrivo all'ultima inutile polemica sorta attorno al Maestro Melozzi, la Notte dei Serpenti e la canzone popolare abruzzese.

Arvì, è il titolo di una bella e semplice perché bella canzone d'amore della Nostra tradizione, del nostro entroterra, della Nostra campagna, che si portava nelle serenate alla futura, prossima sposa allo sposalizio. Canta la canzone di una sposa che non torna. Ecco, questa canzone, nonostante le insistenze degli appassionati, il Maestro Melozzi si rifiuta di portare sul palco spettacolare della Notte dei Serpenti perché sarebbe oggetto di un contenzioso tra autori, pur esistendo una ormai antica registrazione S.I.A.E. risalente al 1964, atto amministrativo che ne certifica gli autori, fino a sentenza passata in giudicato che ne ordini la giusta o più giusta registrazione, impugnativa giudiziaria, tra l'altro molto improbabile e di esito più che incerto (basti ricordare i casi Waters/Pink Floyd, Graziani/Collins, Al Bano/Jackson, cioè di chi un giorno si sveglia e urla al mondo di aver scoperto l'acqua calda per davvero) che, per inciso, non ha avuto mai luogo in alcuna aula di tribunale di questa Repubblica, ma tanto, pare, se ne è discusso nei bar, nelle cantine e per telefono con il Maestro Melozzi.

Ecco, contesto qui una questione molto pratica e praticabile, quasi da ballatoio di una palazzina a ringhiera, cioè la testardaggine del Maestro Melozzi a non voler eseguire Arvì perché ci sarebbe un contenzioso (ripeto: mai nessuna impugnativa è stata protocollata dalle cancellerie dei nostri tribunali, questione di specie che si prescrive in sei anni dal fatto, cioè dalla registrazione S.I.A.E., 1964). Contesto il timore dell'esecutore, che non trova ragione alcuna né in terra né nei molti dei possibili cieli, ed è una posizione moralistica, che è la peggiore che un artista possa assumere.

Il Maestro Melozzi è un mero esecutore, non si erga a Giudice della Morale, esegua il brano perché nulla né vieta l'esecuzione. Si preoccupasse solo di riempire il borderò del suo spettacolo per la televisione e basta. Questo la legge impone. La sua posizione è fuori di logica. Poi che si indaghi sull'origine di un brano musicale, è tutt'altra questione ma che non riguarda il palcoscenico. Che concerne invece la filologia musicale non certo la possibilità di eseguire un brano oppure no.

Nessuno ha potuto mai impedire di suonare nel tempo delle liti i brani dei Pink Floyd, o Agnese/A groovy kind of love (dove non ci fu alcun plagio da parte di Phil Collins, ma tutto trasse origine dalla Sonatina in Sol maggiore di Muzio Clementi, 1751-1832), o I Cigni di Balaka/Will You Be There (e anche qui non ci fu plagio perché tutto trasse origine da Bless You for Being an Angel, un pezzo del '39 di Eddie Lane and Don Baker, portato al successo da The Ink Spots, un quartetto di voci negre di Indianapolis, perché la canzone non è mai di chi la scrive ma di chi la canta meglio, cioè appartiene al suo migliore interprete).

Il Maestro Melozzi, a meno che la sua non sia una riserva di natura artistica, estetica, cioè a meno che a lui il pezzo non piaccia, e ciò sarebbe legittimo, si preoccupi solo di compilare il suo borderò prima di eseguire Arvì. Null'altro deve. Poi che il suo fare della Nostra canzone popolare piace a tutto il mondo, è fuori di dubbio e non ne sono affatto sorpreso del mondo. Come è fuori di dubbio che questo orchestrare enfatico a maltrattare la canzone popolare fino a snaturarla, impoverendola credendo invece di arricchirla, ahimè praticato non solo dal Nostro, a me non piace proprio per niente.

MASSIMO RIDOLFI

[Navuss, quotidiano on-line, 13 agosto 2025; Il Teramano, pagina Facebook, 21 agosto 2025] 

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