L’ULTIMO GIGANTE

07.01.2026

dedicato a Stefano Saverioni, fraterno e amico, che per primo, con amore, me ne raccontò

«E devo dirti che a volte era difficile stare dietro alla tua mente: a volte avevamo la sensazione che tu fossi pazzo. No! Eri solo più veloce! Più veloce di tutti noi. E l'abbiamo imparato: non possiamo essere lenti; non abbiamo abbastanza tempo.»
BÉLA TARR (1955-2026)


Béla Tarr non preparava mai i suoi film a tavolino. Non credeva nella sceneggiatura, nonostante potesse contare sulla collaborazione di László Krasznahorkai: nel Cinema europeo lo scrittore cinematografico non ha mai contato nulla. Né tantomeno nella produzione cinematografica che tutto prevede e provvede credeva. Credeva invece nei personaggi e nei paesaggi. Credeva nell'espressività dell'essere umano. Credeva nel bianco e nero. Credeva nel piano sequenza e nel moto umano – in questo Maestro alla pari con Theo Angelopoulos, che invece credeva nel colore e nell'attore. Credeva nella presa diretta. Credeva nella regia. Credeva nel taglio. Sapeva che la grammatica del Cinema è il montaggio. Sapeva che il Cinema si costruisce alla moviola. Sapeva di Cinema. Per istinto. Per vocazione. Autore di film che riuscivano lunghissimi eppure senza tempo. Formatosi alla alta Scuola di Jean-Luc Godard e Andrej Tarkovskij, guardando e riguardando À bout de souffle (1960) e Andrej Rublëv (1966), lui, l'anticonformista che non mancava mai di puntualizzare, a scanso di equivoci, che non era comunista perché il socialismo reale lo aveva vissuto tutto sulla propria pelle. Così assassinandoli entrambi per superamento, per doppiamento, per naturale anticonformismo. Così deve essere. Così si massacra per bene la dittatura dei maestri.

L'attore?

Per Tarr l'attore ideale era l'uomo di strada, di campagna, di fiume, di margine. E quest'uomo qui prendeva e metteva in attrito con il paesaggio e i suoi simili, mescolando paesaggio uomini cose e animali. Il bianco e nero gli serviva per dare organicità all'atroce esistere di tutti questi elementi messi insieme.

Il suo Cinema è vero cinematografo perché è essenzialmente immagine e movimento. Scarni sono i dialoghi. I suoi sono personaggi che non hanno mai grossi discorsi da fare, che a malapena parlano, che più spesso si raccontano a gesti, che al massimo trovano ad ascoltarli la rada platea di un bar disperso nella campagna ungherese sciolta da un perenne ma misericordioso Diluvio Universale, dove la migliore compagnia è l'alcol o un rapporto sessuale fedifrago e di rapina, da dilavare velocemente in mezzo alla cucina sopra un catino bianco, poggiato senza grazia sul pavimento dentro il suo bianco e nero.

Tarr non risparmia nelle sue pellicole meschinità e crudeltà, quelle piccole e quelle grandi. Neanche quella del bambino, del gatto sacrificale; e tutto annota un enfio signore da dietro una finestra alimentandosi di odorose zuppe e bevendo bicchierini di grappa da una fiaschetta, che lascia lo schermo di quella finestra solo quando deve tornare a riempirla in quel bar disperso nella campagna ungherese sciolta da un perenne ma misericordioso Diluvio Universale, dove scivola cade e si rimpasta.

Un solo soggetto ha avuto e sviluppato l'opera di Béla Tarr: l'umanità, spoglia, denudata, umida, fredda, misera, eppure epica. Opera troppo grande per essere accolta tra i grandi premiati del Cinema. Di cui, però, per primo si accorse Enrico Ghezzi, e i due diventarono grandi amici. Seppure già morso dal male, fu proprio il grande Maestro ungherese nel luglio del '19 a volare a Locarno per premiarlo, e scese in platea a consegnagli personalmente il premio; e Ghezzi, seppure stremato dal Parkinson, lo abbracciò a lungo, grato. Malati entrambi. Umili entrambi. Grati entrambi.

Quando muore un vero gigante non fa mai rumore.

MASSIMO RIDOLFI


  • in epigrafe le parole del Maestro ungherese rivolte a Enrico Ghezzi e che accompagnarono la sua premiazione a Locarno nel luglio del '19, dove il critico bergamasco ricevette il Premio Utopia per il programma Fuori Orario, contenitore di Rai 3 dedicato al Cinema e in palinsesto dal 1988.

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