LA BOTTEGA D’ARTISTA
La bottega d'artista, anche quando si innalzasse con le sue finestre su un corso cittadino, raccoglierebbe ugualmente polvere e disordine, fogli volanti disegnati e sparsi e ritagli di cartone a tamponare le sgocciolature di colore. E lì starebbero con eguale febbre le mani dell'artista a scegliere, a rifare, a tentare all'ordine concettuale le sue cose – pennelli caduti e non tutti raccolti, e altri smarrimenti. Questo è, mi pare, lo studio di Fabrizio Sannicandro a Teramo. Del resto l'opera d'arte, anche la più riuscita, non è altro che l'esito decaduto di una illuminazione: ben superiori al testo sicuramente erano le visioni di Arthur Rimbaud; "Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di 'aprire la sua bocca' e iniziare il Discorso della montagna?" si chiedeva Jack Kerouac. L'origine, la sorgente stillante, conta – il resto è reso.
Anni fa al centro della Hugh Lane Gallery, a Dublino, vicino al Museo Nazionale d'Irlanda, vidi lo studio di Francis Bacon. Nel 1998 dei funzionari della galleria si recarono al 7 Reece Mews di Londra, città e luogo dove finalmente il pittore irlandese, che riuscì nella fusione del cubismo, aveva trovato e arredato il suo studio ideale, la sua bottega d'artista, in pochi metri quadrati, dove vivrà e lavorerà per più di trent'anni, dal 1961 al suo ultimo giorno sulla terra del 1992. Sostanzialmente era una soffitta con il tetto spiovente dove aveva ammucchiato tutte le sue cose, cavalletti e tele, colori, pennelli, carte, carte, carte e disordine, e le inutili utili cose. Tutto fu catalogato e smontato e asportato e poi fedelmente rimontato nella sala centrale della Hugh Lane Gallery: non credo ci sia opera d'arte più grande di questa; credo che la bottega d'artista sia l'Opera dell'artista. Poi c'è anche l'ordine ossessivo di Giorgio Morandi, che quando si accorse che con i suoi quadri aveva fatto abbastanza soldi per farsi fare una casa dove andare a stare con la madre e le tre sorelle zitelle, chiamò un geometra per chiedergli di costruirgliela, e quando il geometra gli chiese come la volesse fatta la sua casa, lui prese un foglio di carta e disegnò una casetta a due piani con il tetto a capanna, una porticina e delle finestrelle, come la disegnerebbe un bambino, e al geometra rispose semplicemente: "Così." consegnandogli quell'elementare, infantile disegnino. E "Così." il geometra gliela fece.
Sannicandro inizia il percorso della sua mostra, La gravità degli angeli ubriachi, proprio mostrandoci uno spaccato della sua bottega d'artista fedelmente riprodotto all'interno della prima sala espositiva del Palazzo De Thermes di Civitella del Tronto – un complesso architettonico ben restaurato, riscattato dai terremoti, ideale per accogliere mostre, un posto pulito, illuminato bene, che l'allestimento ha saputo sfruttare con arte. Oggetti. Lampade. Sedie. Un tavolaccio di lavoro dove con le mani scegliere, rifare, tentare all'ordine concettuale tutte le cose. Bozzetti appesi alle pareti – un cartone e le raccolte sgocciolature di colore pende su una parete. Tutte cose care all'artista che sono insieme un saggio concreto sul proprio percorso di ricerca.
Come critico d'arte mi rendo conto di avere un grosso difetto perché di quelli inguaribili, e oramai non sono più da molto tempo un ragazzino, che tu il ragazzino lo puoi correggere, fargli capire fino a non fargli capire più niente, come fa la Nostra Scuola pubblica (o le caserme: sono, più o meno, la stessa cosa: entrambe intruppano): amo su tutto il bozzetto. Ne sa qualcosa il mio fraterno amico Marino Melarangelo, perché gli chiedo sempre bozzetti per arricchire le mie pubblicazioni, come quella imminente dedicata a Thomas Stearns Eliot, Eliotiana. E insieme siamo arrivati alla terza pubblicazione (Palestina, febbraio 2024, Natura, febbraio 2025, Letterature Indipendenti, Teramo). È una passione che condividevo con Elso, il compianto Dottor Castelli: "Guarda!" mi diceva raggiante, offrendo alla mia contemplazione quei segni sorgivi che collezionava gelosamente. L'arte pittorica oggi mi pare troppo decorativa, troppo incistata di design d'arredo, troppo inficiata dal processo di brandizzazione (termine orribile ereditato dai peggiori sviluppi capitalistici che mi vergogno persino di usare), troppo finita, troppo devitalizzata per poter riuscire ancora a parlarci da quel vero che l'ha creata – l'origine, la sorgente stillante, è che conta.
Come si valuta la riuscita di un dipinto racchiuso in una struttura che ne consente il suo facile asporto, trasporto e ricollocazione, il quadro? Ecco, quando un quadro ovunque lo porti si intona perfettamente con l'ambiente che da nuovo lo accoglie, non è opera d'arte ma elemento d'arredo. Con questo parametro oggi va giudicata l'arte contemporanea. Non ne sono possibili altri. Ovvero bisogna valutare, nella composizione pittorica, per prima cosa, se ci sia un eccesso di educazione al colore e alle forme: il colore e la forma, o meglio la forma del colore, rappresentano un rischio che solo Michelangelo Antonioni nell'era, terminale, della Seconda rivoluzione industriale superò indenne (Il deserto rosso, 1964) e con largo vantaggio su Pier Paolo Pasolini (Il vangelo secondo Matteo, 1964) – industria che troverà la sua buona morte con l'Intelligenza Artificiale in questa Quarta rivoluzione, se non si reinventerà riguardandosi nel passato che ancora conservano le mani lavoranti dei vecchi uomini.
Sul lato corto del tavolaccio, rivolta alla finestra, c'è seduta una scultura – ha per poggiapiedi una listella di legno, così sta più comoda e riposa; in piena luce, riposa. Piccola. Argilla ancora del colore dell'argilla. Alta poco più di quaranta centimetri. Non è finita. Non troverà mai la sua fine. Impresse ci sono ancora raccolte le impronte dell'artista: sopra la polpa argillosa essiccata sono rimasti colpa e alibi. L'argilla è tirata. Screpolata dalla spietatezza dell'aria che l'asciuga a ogni ora, e crepa, anche a stare al chiuso. La stessa lotta che tutti ci impegna contro gli elementi. Spes contra spem, scrisse Paolo ai romani (Rm 4,18). E la speranza che cos'è se non un concetto fragile e pieno di screpolature, che crepa, sorgiva.
Quella piccola cosa ha un alito. Ci parla da quel vero che l'ha creata. E a sentirla è sempre una grande Lezione morale. Perché la morale si annida nelle piccole cose, si nasconde perché significhi, non si espone e non comanda ma esperisce nel gesto. Non è mai la parola amore a fare all'amore, bensì l'amarsi e i suoi gesti. Di questo ci racconta quella piccola cosa, dell'amore di quelle dita che, nel gesto, l'hanno plasmata inconclusa, perché l'uomo, anche l'artista, di fronte al Creato resta piccola cosa, inconcluso, inascoltato corpo di una più antica preghiera.
MASSIMO RIDOLFI
- Mostra: Fabrizio Sannicandro, La gravità degli angeli ubriachi, a cura di Silvia Pegoraro.
- Collocazione: Palazzo De Thermes – Sale del Municipio, Civitella del Tronto (TE), dal 20 settembre al 10 novembre 2025.
- Aperture: Orari: Lunedì, Mercoledì, Giovedì: 10:30 – 13:30; Venerdì, Sabato, Domenica: 10:30 – 18:30; Martedì chiuso.