THE PARIS REVIEW - Ernest Hemingway, L’arte del racconto - Terza parte

09.11.2025

THE PARIS REVIEW

Ernest Hemingway, L'arte del racconto n. 21

Intervistato da George Plimpton

Numero 18, primavera 1958

Terza parte


GEORGE PLIMPTON

Ammetteresti che ci sia del simbolismo nei tuoi romanzi?

ERNEST HEMINGWAY

Immagino che ci siano dei simboli, visto che i critici continuano a trovarceli. Se non ti dispiace detesto parlarne ed essere interrogato al riguardo. È già abbastanza difficile scrivere libri e racconti senza che mi sia chiesto anche di spiegarli. Inoltre impoverisce il lavoro di chi critica. Se cinque o sei o più buoni esegeti possono continuare a farlo perché dovrei interferire con loro? Leggi ciò che scrivo per il piacere di leggerlo. Qualsiasi altra cosa tu trovassi rileverà la misura di ciò che hai aggiunto alla lettura [di ciò che ho scritto, N.d.T.].

PLIMPTON

Queste domande che indagano dentro la bottega [dell'artista, N.d.T.] sono davvero una scocciatura.

HEMINGWAY

Una domanda sensata non è né un piacere né una scocciatura. Continuo a credere, però, che sia molto sbagliato per uno scrittore chiacchierare di come scrive. [Uno scrittore, N.d.T.] scrive per essere letto con gli occhi e nessuna spiegazione o dissertazione dovrebbero essere necessarie. Puoi star certo che c'è molto di più lì [nel testo, N.d.T] di quanto si possa comprendere a una prima lettura e avendolo scritto non è compito dello scrittore spiegarlo o organizzare visite guidate attraverso il più difficile territorio della sua opera.

PLIMPTON

A questo proposito, ricordo che hai anche avvertito che è pericoloso per uno scrittore parlare di un lavoro-in-corso, ché potrebbe "chiacchierarne" tanto per parlare. Perché dovrebbe essere così? Lo chiedo solo perché ci sono così tanti scrittori—Twain, Wilde, Thurber [James Thurber, scrittore statunitense, N.d.T.], Steffens [Joseph Lincoln Steffens, giornalista investigativo statunitense amico di Hemingway, N.d.T.]mi vengono in mente—che sembrerebbe abbiano raffinato il proprio manoscritto testandolo sugli uditori.

HEMINGWAY

Non posso credere che Twain abbia mai "testato" Huckleberry Finn sugli uditori. Se lo avesse fatto loro probabilmente gli hanno fatto tagliare le cose giuste e inserire quelle sbagliate. Wilde era a detta di chi lo conosceva più bravo a parlare che a scrivere. Steffens parlava meglio di quanto scrivesse. Sia la sua scrittura che il suo eloquio erano a volte difficili da credere, e l'ho sentito [io stesso, N.d.T.] alterare molti racconti a mano a mano che invecchiava. Se Thurber sa parlare tanto bene quanto scrivere deve essere uno dei più grandi e meno noiosi oratori. L'uomo che conosco che parli meglio a proposito del suo mestiere e ha la lingua più piacevole e maliziosa è Juan Belmonte, il torero.

PLIMPTON

Potresti dire quanta ricerca e impegno hai investito nello sviluppo del tuo caratterizzante stile?

HEMINGWAY

Questa è una domanda estenuante e se impiegassi un paio di giorni a risponderti saresti così a-disagio che non riusciresti a scriverne. Potrei dire che quello che i dilettanti chiamano stile è solitamente solo l'ineluttabile grossolanità dell'iniziale tentativo di fare qualcosa che fino a quel momento non è stato mai tentato. Quasi nessun nuovo canone rassomiglia ad altre tradizioni precedenti. All'inizio la gente può vedere solo grossolanità. Successivamente non sono più così riconoscibili. Quando si evidenziano così tanto rozzamente la gente pensa che queste grossolanità caratterizzino uno stile e molti le imitano. Questo è deprecabile.

PLIMPTON

Una volta mi hai scritto che le naturali circostanze dietro le quali il [tuo, N.d.T.] variegato catalogo di narrativa è stato scritto potrebbero essere istruttive. Potresti dirlo per I sicari—hai detto di aver scritto, Dieci indiani e Oggi è venerdì in un giorno—e magari per il tuo primo romanzo Fiesta - Il sole sorge ancora [1926, N.d.T.]?

HEMINGWAY

Vediamo. Fiesta - Il sole sorge ancora cominciai a scriverlo a Valencia [le biobibliografie disponibili in Italia dicono invece che abbia cominciato a scrivere il romanzo su dei taccuini in un bar di Madrid, N.d.T.] il giorno del mio compleanno, il 21 luglio [1925, N.d.T.]. Hadley, mia moglie [Hadley Richardson (1891), la prima moglie dello scrittore, con il quale ha condiviso i difficili inizi prima del successo dandogli anche il primo figlio, Jack, N.d.T.], ed io andammo a Valencia in anticipo per comprare i biglietti migliori per la corrida [Hemingway dice "feria" (festa o fiera), termine che in spagna indica la grande festa patronale che interessa per una intera settimana una determinata località e durante la quale avvengono le corride, di cui lo scrittore era un grande appassionato, tanto da scrivere e pubblicare un maestoso saggio sulla tauromachia, Morte nel pomeriggio, 1932, N.d.T.] che iniziava il venti-quattro di luglio. Tutti alla mia età avevano già scritto un romanzo mentre io al tempo facevo ancora fatica a scriverne un paragrafo. Così iniziai il libro il giorno del mio compleanno, scrissi durante tutta la corrida, a letto al mattino, poi mi recai a Madrid e continuai lì. Non c'era la corrida lì, quindi avevamo una stanza con un tavolo e scrissi in gran comodità sul tavolo e dietro l'angolo dell'hotel in una birreria al Pasaje Alvarez dove era fresco. Alla fine fece troppo caldo per scrivere e andammo a Hendaye [comune sulla costa atlantica all'estremo sud della Francia, ai confini con la Spagna, N.d.T.]. C'era un piccolo hotel economico lì sulla ampia lunga gradevole spiaggia e lavorai molto bene lì e poi andai a Parigi e finii la prima stesura nell'appartamento sopra la segheria al 113 di rue Notre-Dame-des-Champs sei settimane dopo aver iniziato. Mostrai la prima stesura a Nathan Asch [1902, N.d.T.], il romanziere [statunitense, N.d.T.], che allora aveva un accento piuttosto forte, e disse: "Hem [abbreviativo di Hemingway, N.d.T.], cosa intendi dicendo che hai scritto un romanzo? Un romanzo, huh. Hem stai cavalcando un sentiero da macho." Non fui per nulla scoraggiato da Nathan e riscrissi il libro (nella parte che riguardava la sezione relativa alla gita di pesca e Pamplona), non rinunciando al viaggio a Schruns nel Vorarlberg all'Hotel Taube [località sciistica austriaca frequentata abitualmente dallo scrittore, N.d.T.].

I racconti che citi li scrissi in un giorno a Madrid il 16 maggio [1920, N.d.T.] quando saltarono le corride di San Isidro. Prima scrissi I sicari, che tentai di scrivere in precedenza e fallii. Poi dopo pranzo andai a letto per mantenermi caldo e scrissi Oggi è venerdì. Avevo così tanta ispirazione che pensai che sarei potuto impazzire e avevo circa sei ulteriori racconti da scrivere. Così mi vestii e mi recai a piedi a Fornos, il vecchio caffè dei toreri, e bevvi caffè e poi tornai e scrissi Dieci indiani. Questo [racconto, N.d.T.] mi rese molto triste e bevvi del brandy e andai a dormire. Dimenticai di mangiare e uno dei camerieri mi portò del baccalà e una piccola bistecca e patatine fritte e una bottiglia di Valdepeñas [vino rosso spagnolo, N.d.T.].

La donna che gestiva la pensione era sempre preoccupata che non mangiassi abbastanza e mandò il cameriere. Ricordo di essermi seduto sul letto e di aver mangiato, e bevuto il Valdepeñas. Il cameriere disse che ne avrebbe portato su un'altra bottiglia. Disse che la Señora voleva sapere se avrei scritto tutta la notte. Dissi di no che pensavo che avrei mollato per un po'. Perché non provi a scriverne appena una in più?, chiese il cameriere. Ho solo immaginato di scriverne un'altra, risposi. Sciocchezze, disse. Potresti scriverne sei. Ci proverò domani, risposi. Provaci stanotte, disse. Per cosa pensi che la vecchia signora abbia mandato su il cibo?

Sono stanco, gli risposi. Sciocchezze, disse lui (il sostantivo non fu sciocchezze ["cazzate", è probabile che disse il cameriere a Hemingway, N.d.T.]). Sei stanco dopo tre miserabili piccole storie. Traducimene una.

Lasciami in pace, dissi. Come farò a scrivere se tu non mi lasci in pace? Così mi sedetti sul letto e bevvi il Valdepeñas e pensai a che razza di scrittore sarei stato se il primo racconto fosse stato tanto riuscito quanto avessi sperato.

PLIMPTON

Quanto è compiuta nella tua mente la realizzazione di un racconto? Il tema, o la trama, o un personaggio cambiano man mano che procedi?

HEMINGWAY

A volte conosci la storia. A volte la crei mentre procedi e non hai idea di come verrà fuori. Tutto cambia mentre si avanza. È questo che crea la dinamica che fa la storia. A volte l'avanzamento è così lento che non sembra che proceda. Ma c'è sempre cambiamento e c'è sempre movimento.

PLIMPTON

È lo stesso con il romanzo, oppure elabori l'intera scaletta prima di iniziare e la rispetti rigorosamente?

HEMINGWAY

Per chi suona la campana rappresentò un dilemma che mi portai dietro ogni giorno. Sapevo cosa sarebbe successo in linea di massima. Ma inventavo quello che accadeva ogni giorno che scrivevo.

PLIMPTON

Le verdi colline d'Africa, Avere e non avere e Di là dal fiume e tra gli alberi sono nati tutti come racconti e poi si sono sviluppati in romanzi? Se sì, sono le due forme così simili che lo scrittore può passare dall'una all'altra senza dover completamente riadattare il suo metodo?

HEMINGWAY

No, questo non è vero. Le verdi colline d'Africa non è un romanzo ma è stato scritto nel tentativo di elaborare un libro assolutamente vero per vedere se la forma di un paese e lo schema delle azioni di un mese potessero, se rappresentati in modo veritiero, competere con un'opera di fantasia. Dopo averlo terminato, scrissi due racconti, Le nevi del Kilimangiaro e La breve vita felice di Francis Macomber. Questi sono racconti che ho inventato partendo dalla conoscenza e dall'esperienza acquisite durante la stessa lunga battuta di caccia di cui cercai di scriverne un resoconto veritiero ne Le verdi colline d'Africa. Avere e non avere e Di là dal fiume e tra gli alberi erano entrambi iniziati come racconti.

PLIMPTON

Ti riesce facile passare da un progetto letterario all'altro oppure continui a lavorare per finire ciò che hai iniziato?

HEMINGWAY

Il fatto che io stia interrompendo un serio lavoro per rispondere a queste domande dimostra che sono così stupido che dovrei essere punito severamente. E lo sarò. Non temere.


  • versione in lingua italiana a cura di Massimo Ridolfi.
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