LE PAROLE CHE SO

10.01.2026

«Il vino togliergli il vino e magari
Anche il pane perché il pane anche il pane -// fa male»

Leopoldo Lonati


È tutto quello che non trova motivo a stare sulla pagina ciò che propone la poesia minima di Leopoldo Lonati; e invita a indovinarne la lettura, che così prosegue interna al lettore.

Pochi segni; davvero pochi sono i segni che Lonati lascia all'inseguimento possibile del senso. E queste brevi poesie hanno il sapore e l'alito odoroso della preghiera appena vibrata dalle labbra, del moribondo, del nuovo vivo.

I versi di Leopoldo Lonati hanno faticato un po' a raggiungermi, e allora mi sono particolarmente cari.

Le parole che so (Leggere 2005) titola questa sua silloge (e la sezione centrale e più snella del libro delle tre che lo strutturano, pp. 71-79, dove propone un poemetto in sette parti) che ha compiuto abbondantemente i vent'anni. Ecco, già il titolo ci presenta un insegnamento: conoscere le parole prima di scriverle. Strumento la parola scritta di particolare potenza, a saperlo usare con coscienza e conoscenza. A saperle guardare le parole, direbbe Gianfranco Lauretano; a saperle riconoscere tutte, direbbe invece Novalis; e leggerle con gli occhi sempre nuovi nella scoperta di significato e significante, cioè del segno e del suono che conducono, saputi, guardati, letti e ascoltati, al senso pieno del vivere e morire questa comune e particolare esperienza che chiamiamo, che conosciamo perché sappiamo, vivere.

È nel verso, ché possiede la Poesia una propria intelligenza pensosa, più che in altra forma che si concentra il senso dell'esistenza umana, che si materializza nell'interrogativo del qui e ora, dello stare tra la vita e l'arte, e tra l'arte e la vita, nutrienti indispensabili all'esistenza: il gesto, l'azione, l'attimo e l'eterno.

Ecco, in questo libro, nella sua concisa espressione, il poeta tenta di raccogliere l'attimo e l'eterno racchiusi in uno stesso gesto, in una unica azione: persino i più minimi movimenti si tenta di portare in salvo sulla pagina. Un pagina mai offesa dal verboso bensì vergata il giusto, quanto basta a concretizzare un attimo o l'eterno.

Il dettato di Leopoldo Lonati gode di una particolare affilatura che gli permette un taglio personale dalla polpa fibrosa della esperienza, che sa scartare il superfluo e lasciare in luce l'essenziale, cioè quel poco che davvero conta valore: "non si hanno che vaghe idee del vuoto al limite non / si hanno che vaghe idee non [...]" (p. 5) ci avvisa subito il poeta, accogliendoci come dentro una comune altalena, alta quanto basta alla domanda: "[...] non si hanno che parole al limite delle / idee" (p. 5).

È uno scrivere quello di Lonati che ci riconduce a noi stessi: "Hai visto come il cinturino / Dell'orologio di papà -/ diventa sempre più largo /// Un giorno o l'altro -// lo perde" (p. 25). Ecco un altro avviso: la morte, l'inutilità nell'oltre de gli strumenti umani: "Chi c'è se c'è nella pelle del vuoto / Che si gira e rigira il mondo in bocca -/ come una caramella" (p. 29). Ecco allora ineludibile Interrogativo del qui e ora. Tutto terreno. Tutto carne e ossa. Carne e ossa che guastano e polverizzano. Che consumano la finale esistenza di un corpo impressionabile. Sicuramente insufficiente al supremo trapasso. Che al corpo che ancora vive ritorna, concreto e mobile, in moto per sazietà o per fame: "Ma l'altra notte ancora te lo giuro / Si muovevano sul confine // Chiave e cilindro in mano e l'officina / Una cattedrale di terra rossa -/ di terra grassa" (p. 45).

Arrivando alla sezione eponima (pp. 71-79) si avverte chiaramente che qui sta il motivo dell'intero libro, la spinta prosodica, la partitura madre. Ed è qui che in epigrafe troviamo Novalis: "Devono ancora esserci tante parole che non so: se ne sapessi di più, potrei capire tutto molto meglio." Ma Lonati, più che al giovane poeta tedesco, nella pratica, che si può anche accogliere come una dichiarazione di poetica, pare affidarsi al magistero del vecchio Robert Frost quando in una storica intervista ebbe a dire che di fronte alla Poesia si è sempre insufficienti, quindi che bisogna operare senza indugio con quello che si sa. E qui il poeta si concede qualche parola in più ma sempre quelle assolutamente necessarie al suo concreto dire: "La speranza come una preda o come / L'ultima scatola di conserva o / La tua stessa carne la tua testa e i tuoi polmoni / E la speranza cieca e attorcigliata e / Avvinghiata come un animale / Sulla sua preda sulla sua scatola / Di conserva" (p. 73) dove la battuta metrica si arricciola nel ritornello.

Nell'ultima sezione la voce del poeta assume definitivamente la stessa sostanza di cui sono fatti i sussurri. Così ci lascia, con un soffio all'orecchio che resta didentro, che addensa – come quel richiamato sangue sacro dalla voce di Paul Celan, che Lonati traluce nei suoi propri versi, che qui si fanno sacramentali, quindi liturgici, allora propri dell'uomo titubante innanzi a Dio, davanti a tutto quello che i suoi occhi non sono fatti per vedere: "Ne succedono tante cose strane / Sangue mosconi e rane e quanta grandine // Noi tutti e tutti in una volta / Inghiottimmo millenni di saliva -/////// Ha tanto amato il mondo da tradire / Il suo figlio il suo unico figlio" (p. 83) laddóve accade che la carne torna a farsi preghiera.

Quello di Lonati è tutto un battere rarefatto che, però, non perde mai di densità, perché sa dare spessore al testo proprio alleggerendo il dettato, che è arioso, dove preponderante è il non detto – constatazione critica da rimarcate oggi in un mondo della poesia che offre sempre più un tessuto prosastico, fitto, prolisso, scaduto nell'americanese. Dettato ricco di immagini. Tutte viste. Tutte vissute. Tutte in primo piano. Tutto dentro il piano sequenza del vivere alto e del vivere basso.

MASSIMO RIDOLFI

© 2025 Carte Terrestri: scritti di politica cultura e società
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