NON HO MAI AMATO LE STAZIONI

19.10.2025

«Per fare arrivare i treni in orario, però, cioè, se vogliamo, mica c'era bisogno di farlo capo del Governo, bastava farlo capo stazione.»

MASSIMO TROISI (1953-1994)


Non ho mai amato le stazioni. Ho sempre preferito gli aeroporti.

Non ho mai amato le stazioni e i treni. Sporchi entrambi. Mal frequentati entrambi, perché quando sali su un treno, quel treno che non hai perso si porta sempre appresso tutte le stazioni che ha incontrato. E tutto questo viaggia con te a lungo. Maleducazione e sporcizia. Accattonaggio e bivacco. Piccola e grande criminalità. E pure corrono sulle dure rotaie parallele passeggere o terminali disperazioni. Mentre in aria si sta sospesi per molto meno tempo e tutto è più pulito e controllato.

Non amo le stazioni perché, immancabilmente, si nascondono alla città e così pure la fermata sperduta alla frazione. Solo nella tratta Teramo-Giulianova, venticinque chilometri appena di strada ferrata, ce ne sono otto di stazioni. Otto fermate delle quali 5 nascoste da anonime casette gialle mentre una, subito dopo usciti da Teramo, è una semplice fermata sui binari, come quella di Vitrolles-Marseille in Provenza che ferma all'aeroporto. E ogni stazione, posso dire, è paese – a proposito di paesi, ora che ci penso, Friedrich Nietzsche amava svernare in Provenza, almeno tutti gli inverni dal 1883 al 1887, ma sul paesino collinare di Èze, Nizza, dove scrisse parte di Così parlo Zarathustra (1883-1885).

Mi sto innamorando invece della rinnovata stazione di Teramo, ora un posto pulito, illuminato bene, che poi è un umile capolinea che porta dal capoluogo di provincia alla costa e viceversa, fino a Pescara, che prima del 2 gennaio 1927 non esisteva né come città né come provincia perché lì finiva invece la provincia di Teramo, tuffandosi nel lido di Castellammare Adriatico. Ma Gabriele D'Annunzio e Giacomo Acerbo, il lauretano artefice della legge truffa, la cosiddetta Legge Acerbo del 18 novembre 1923, legge elettorale che portò "democraticamente" Benito Mussolini al potere assoluto e Giacomo Matteotti al cimitero, decisero di saccheggiare le province di Chieti e Teramo, sgraffignando qualcosa pure da L'Aquila, per farsi la loro Pescara, che ha invece una grande stazione che si nasconde persino dal mare.

Mi sto innamorando di questo umile capolinea di provincia perché quella di Teramo oggi è la prima stazione italiana a vista, come certe cucine di ristorante, dove vedi cuochi e aiutanti muoversi precisi intorno ai fornelli a preparare piatti. Di una stazione invece si vedono treni, addetti ai lavori e passeggeri, che vanno e che vengono.

Sostanzialmente le stazioni si chiudono alla città perché ne è consentito l'ingresso ai binari solo se si è in possesso di un titolo di viaggio valido, cioè di biglietto valido e obliterato per salire sul treno che si aspetta. Oggi questa norma nella Città di Teramo è in felice deroga perché, come detto, la nostra stazione ora è a vista perché arretrata rispetto alla originale costruzione muraria, vale a dire che il treno si ferma prima del vecchio casamento mostrandosi ai teramani.

In più la nuova stazione o, meglio, il rinnovato capolinea, è attraversato da un'area pedonalizzata che porta oltre e lungo i binari, prima, ovviamente, non attraversabili. E questo ha trasformato la stazione in un luogo di ritrovo e di passeggio, dove famiglie e passeggini, giovani, vecchi e bambini si recano a vedere il treno arrivare, anche se si tratta di una banalissima littorina da pendolari che fa la spola, come detto, dal capoluogo aprutino alla costa, e fino a Pescara. E ci si riunisce come intorno a una giostra nel giorno di festa ché mette allegria.

C'è chi passa di lì e, incuriosito, si ferma a vedere e chi ci va apposta per una breve sosta ristoratrice bevendo una bibita comperata al vicino supermercato, o per fumare una sigaretta, o per leggere, più spesso il cellulare che un libro. Insomma, sono di più quelli che ci vanno apposta anche se non devono partire, né in treno né in cielo.

Ci si può arrivare direttamente in bicicletta, come ho fatto io l'altro pomeriggio, che ho fatto la mia piccola spesa e poi mi sono fermato su una panchina della stazione, prima a mangiare una barretta di cioccolato della Lindt e poi a bere una coca-cola della Coca-Cola, mentre dal cellulare leggevo un vecchio articolo di Gianni Montieri, del 15 gennaio 2023, a proposito di László Krasznahorkai: quindi qualcuno in Italia davvero già lo leggeva, mentre io lo vedevo nei film di Béla Tarr, grandiosi, e di solito i libri sono molto più belli dei film. C'è in Rete addirittura una intervista a Krasznahorkai, a firma di Alessandro Raveggi, del 13 novembre 2019, che se non fosse esistita la Rete sarebbe andata perduta per sempre.

Krasznahorkai lavora come sceneggiatore al fianco di Tarr già dal 1988 per il film Perdizione: il loro rapporto è assimilabile a quello che si è registrato tra Wim Wenders e Peter Hendeke; ma non scrisse la sceneggiatura di Sátántangó, 1994, che Tarr si scrisse da solo per realizzare il suo film capolavoro di 455 minuti, strepitoso – ma di solito i libri sono molto più belli dei film. Eppure Krasznahorkai considera ogni suo libro parte integrante e significativa della sua più totale sconfitta politica. A Raveggi a tal proposito risponde: "Ciò che lei definisce elegantemente una quadrilogia è in realtà un unico libro, che ho affrontato e cercato di riscrivere per ben quattro volte, senza successo. Essendo insoddisfatto di Sátántangó, ho fatto un secondo tentativo, e così è nato Melancolia della resistenza. Nemmeno di questo libro, però, ero contento, ho quindi cercato di riscattare i primi due libri scrivendo Guerra e guerra. Il ritorno del Barone Wenckheim è l'ultimo tentativo che ho fatto. Che titolo sceglierei per questi quattro fiaschi? Probabilmente qualcosa tipo Sconfitta. Il sottotitolo invece potrebbe essere Manicomio come rifugio." E come dargli torto: anche un libro pubblicato può rappresentare, al massimo della sua riuscita, solo un tentativo di scrittura, concluso e irreversibile: da qui nasce l'accumularsi di altri tentativi e fallimenti confessati da Krasznahorkai. Con Tarr ha scritto anche la sceneggiatura del suo ultimo film, A torinói ló, del 2011, che prende spunto dalla presunta esplosa improvvisa pazzia di Nietzsche a Torino nel gennaio 1889, da dove aveva cominciato a inviare strane lettere agli amici, e dove sarebbe crollato di commozione innanzi a un cavallo trucemente fustigato da un vetturino in via Po.

Ma stavo raccontando, scrivendo, della rinnovata stazione di Teramo dove mi sono fermato a leggere questi articoli, e a mangiare una cioccolata, e a bere una coca-cola. La nostra stazione ferroviaria è, di fatto, diventata una piazza dove ci si reca più per star fermi che per viaggiare. Questo è attualmente il luogo più vivo della città e i lavori, già rapidissimi per gli standard italiani e consegnati con una puntualità da non sembrare siano stati svolti in Italia bensì nella ben più ordinata Germania, devono essere ancora ultimati tutto intorno alla vecchia stazione con la creazione di una vera e propria piazza liberando tutta l'area dalla vecchiaia strada ferrata.

E siccome l'esistenza è ciclica, la più agile locomotrice detta "littorina" deve il suo nome a Mussolini causa un suo viaggio in treno fino a Latina (all'epoca Littoria) del 1932, dove arrivò puntualissimo e trovò ad accoglierlo una folla giubilante.

MASSIMO RIDOLFI


  • immagine: uno scatto dal rinnovato capolinea della stazione ferroviaria della Città di Teramo [N.d.R.].
  • epigrafe: dal film Le vie del Signore sono finite (1987), per la quinta regia di Massimo Troisi, di cui firma anche la sceneggiatura insieme alla sodale Anna Pavignano, premiata con il Nastro d'Argento [N.d.R.].
  • articolo: Ballare con Lásló Krasznahorkai di Gianni Montieri, Doppiozero, 15 gennaio 2023: https://www.doppiozero.com/ballare-con-laslo-krasznahorkai [N.d.R.].
  • articolo: László Krasznahorkai: «Questo libro è la mia ultima sconfitta» di Alessandro Raveggi, Esquire, 13 novembre 2019: https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a29720416/laszlo-krasznahorkai-intervista/ [N.d.R.].

© 2025 Carte Terrestri: scritti di politica cultura e società
 di Massimo Ridolfi. Tutti i diritti riservati.
Creato con Webnode Cookies
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia