PASOLINI: IL MIO CALCIO

03.09.2025

«Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno.»
PIER PAOLO PASOLINI (1922-1975)


Pier Paolo Pasolini era alto 1,67 centimetri e pesava 59 chili. Baricentro basso, fisico nerboruto e scattante: giocava ala destra. Da ragazzo, soprattutto d'estate, giocava per ore sul campo di pallone: gli amici lo soprannominarono "Stukas", lo spietato bombardiere in picchiata tedesco della Seconda guerra mondiale, lo Junkers Ju 87; ma Pasolini quando si lanciava sulla fascia destra del campo, non sganciava bombe ma palloni al centro dell'aerea di rigore con i suoi formidabili cross, oppure, come uno Stuka appunto, penetrava in picchiata l'area di rigore e tirava dritto in porta.

Pasolini ragazzo giocò le sue ore di pallone a Prati di Caprara, Bologna, un bosco urbano dove tra il 1909 e il 1910 ebbe sede il primo stadio del neonato Bologna Football Club, la squadra del cuore del poeta, che viveva del mito del grande Bologna degli anni '30, che dal 1935 al 1941vinse 4 scudetti, con Amedeo Biavati (ala destra, 58 gol in 203 partite), Raffaele Sansone (mezzala uruguaiana, 32 goal in 229 partite), Carlo Reguzzoni (attaccante, 141 gol in 359 partite), Michele Andreolo (centromediano metodista uruguaiano, 23 gol in 195 partite), Aurelio Marchesi (centrocampista, 3 gol in 107 partite), Francisco Fedullo (centrocampista uruguaiano, 54 gol in 253 partite) e della nuova promessa di Montevideo, il bomber Héctor Puricelli, 86 gol in 139 partite, e due volte capocannoniere, nella stagione 1938-39 con 19 reti, alla pari con l'attaccante del Milan Aldo Boffi, che proprio Puricelli rimpiazzerà passando ai rossoneri nel '45, dove resterà fino al 1949 segnando 55 in 114 partite, e nella stagione 1940-41 con 22 reti: erano loro i grandi attaccanti di quegli anni, insieme a Giuseppe Meazza dell'Inter e Silvio Piola della Lazio. Ed erano gli anni che aprì l'avvento degli oriundi, dei naturalizzati sudamericani provenienti da Brasile, Argentina e Uruguay che Vittorio Pozzo cominciò a convocare in nazionale: "Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone." sentenziò Pasolini calciatore, e tifoso del Bologna Football Club.

Pasolini poi trasferirà la sua irrefrenabile passione per il calcio giocato sui polverosi e spelacchiati campetti della periferia romana, dove continuerà a sudare divertito le sue magliette attillate con il numero 11 sulla schiena, ma anche ancora dentro i suoi completi giacca e pantalone e le sue scarpe di cuoio, perché quando vedeva rotolare un pallone, proprio non resisteva al desiderio di calciarlo, e questo fino al brutale freno dei suoi giorni: "Siamo in un campo periferico di Roma: scende in campo la formazione degli scrittori contro la rappresentativa della borgata romana Donna Olimpia. Fra le file degli scrittori notiamo: Bassani, Cancogni, Garboli, Sermonti, Giagni, Cibotto e Pasolini." ci racconta infatti uno dei nove pezzi facili, il primo (p. 23), a firma dell'allora diciassettenne Maurizio Costanzo, che iniziò così, il 23 marzo 1956, la sua carriera giornalistica, firmando il suo primo articolo per il quotidiano romano Paese Sera dal titolo Incontri con lo sport, una breve cronachetta di costume di neanche 2.000 battute con qualche ripetizione di troppo. Pezzi tutti ora raccolti in Pasolini Il Mio Calcio (Garzanti 2020), un librino che forse avrebbe meritato migliore edizione da questa economicissima che ho tra le mani, priva di note necessarie, con questa copertina lucida e sottile, che ha come sfondo un verdissimo campo di calcio, che poco hanno calpestato e scivolato in tackle i tacchetti di Pier Paolo Pasolini, che più terra che prato hanno smosso. Pur conoscendo la passione calcistica del poeta bolognese, non ricordo di aver mai letto questi suoi interventi sul giuoco del calcio.

Pasolini fu la vera star di quella giornata di pallone raccontata da Costanzo perché era reduce dal successo di Ragazzi di vita, che lo introdusse nel gota della intellighenzia italica, pubblicato dall'editore Garzanti nel maggio del '55 dopo che lo stesso Livio Garzanti, l'anno precedente, dopo aver letto su suggerimento di Attilio Bertolucci alcuni stralci di quello che sarebbe diventato il libro, aveva offerto al poeta la possibilità di lasciare l'insegnamento per dedicarsi alla stesura del romanzo, garantendogli in cambio un mensile di 40.000 lire, il doppio di quello che guadagnava da insegnante, testo che, insieme a Una vita violenta (Garzanti 1959), farà sostanzialmente da sceneggiatura del suo esordio cinematografico: Accattone (1961), Mamma Roma (1962) e La ricotta (1963) soprattutto, ma anche riferimento estetico per Il Vangelo secondo Matteo (1964) e Uccellacci e uccellini (1966).

Di 19 anni più tardi è invece una altra storica partita di pallone pasoliniana, quella che si giocò il 16 marzo del 1975, una gelida domenica mattina, fischio di inizio alle 9:30, come tuttora accade per i campionati giovanili sparsi in ogni angolo del Paese, dai borghi montani ai più mitigati centri costieri; e intorno all'umido campetto del parco della Cittadella di Parma, dove si affrontarono le rappresentative delle troupe di Salò o le centoventi giornate di Sodoma, in casacca a strisce rossoblù, e di Novecento, vestiti da una eccentrica casacca viola elettrico con la scritta Novecento stampata di traverso sul petto, c'erano, forse, intirizziti, dieci spettatori distratti. Bernardo Bertolucci giocò un brutto scherzo all'amico e Maestro perché, pur di vincere la partita, nascostamente, ingaggio dei ragazzi delle giovanili del Parma, tra i quali il quindicenne Carlo Ancelotti, autore di uno dei 5 gol che segnarono il finale 5 a 2 che decretò la vittoria degli uomini di Novecento: la squadra di Pasolini depauperò l'iniziale vantaggio del 2 a 0 subendo una rovinosa rimonta.

Il più grande allenatore di calcio di tutti i tempi, Carlo Ancelotti, ricorda così quel giorno e il malcontento del poeta, che giocava sempre per vincere ma più spesso perdeva: "Non la bevve. Si accorse subito che non tutto era regolare, ma aveva talmente tanta voglia di giocare che passò sopra a quella bugia. Loro, la squadra di Pasolini, intendo, erano bellissimi nelle divise rossoblù fiammanti. Lui portava la fascia di capitano al braccio sinistro. Aveva la faccia scura, anche perché si era fatto male. Mi pare che gli avessero fatto un brutto fallo e che zoppicasse." Bertolucci non giocò la partita e si riservò il ruolo di selezionatore, di commissario tecnico: festeggiava il suo trentaquattresimo compleanno quel giorno. Per quel ragazzino della campagna emiliana, che non sapeva neanche chi fossero quei due personaggi tanto importanti, il calcio era la vita: "Sognavo di diventare un giocatore, di arrivare in Serie A, in Nazionale." Ancelotti, senza saperlo, ha incarnato, esatto, l'immagine concreta dell'eroe povero pasoliniano.

Nel giugno del '57 invece Livio Garzanti pubblicò Le ceneri di Gramsci, il libro più importante del Nostro Novecento e l'esordio della poesia pasoliniana nella grande editoria. Il poema eponimo è, però, del 1954 e anticipò i carri armati sovietici che invasero Budapest il 4 novembre 1956, e anticipò i carri armati sovietici che invasero Praga il 20 agosto 1968, e anticipò il crollo del muro a Berlino il 9 novembre 1989, quando in realtà non cadde un solo mattone ma si aprirono per sempre i cancelli verso la libertà scoprendo una volta per tutte la menzogna comunista: Le ceneri di Gramsci è il più grande libro del Nostro Novecento perché Pasolini è stato il primo poeta marxista a denunciare al mondo l'inappellabile fallimento dell'ideologia comunista.

E lunedì 28 ottobre 1957, Pasolini pubblicò per L'Unità un articolo dal titolo Er morto puzzerà tutta la settimana (p. 26). E dove, reduce dal derby Roma-Lazio 3 a 0 della domenica precedente, lamentò la sua antipatia per il tifo, per quel tifo esagerato e chiassoso che definisce "di tipo, diciamo, napoletano (s'intende che tutti gli italiani sono un po' napoletani: bolognesi compresi)." (p. 27). Concetto che puzza troppo di qualunquismo e credo un po' duro da far comprendere a un tifoso dell'Hellas Verona, ora come allora, quello di essere pure lui un po' napoletano; un azzardo concettuale che, personalmente, non mi forzerei a fare, perché nulla è più differente e differenziato di un italiano. Ironia della Storia, proprio quel giorno il Presidente della Repubblica italiana, Giovanni Gronchi, firmò la legge n. 1163 che recepì le direttive della convenzione di New York per la facilitazione dei passaggi doganali a favore del turismo internazionale globale, quando oggi, proprio dagli Stati Uniti d'America, viviamo la più ottusa delle guerre commerciali di sempre.

Il pezzo più lungo è curioso della collezione si intitola Reportage sul Dio (pp. 31-53), pubblicato prima sulle pagine de Il Giorno, il 14 luglio 1963 (periodo nel quale sulla testata milanese scriveva anche il più grande giornalista sportivo di sempre e di ogni dove, Gianni Brera, classe '19, inventore della critica sportiva, che da qui cominciò a occuparsi principalmente di calcio), e poi su Paragone dell'agosto del 1964. Durante quel periodo Pasolini era impegnato con le ricerche e, successivamente, con le riprese de Il Vangelo secondo Matteo (ho trovato sempre drammatica la scelta di Pasolini di fare interpretare la Vergine a sua madre, Susanna Colussi, che all'epoca delle riprese aveva 73 anni, mentre la Maria dei vangeli, che avrebbe vissuto la Passione di Cristo, avrebbe dovuto essere una donna di mezza età, appena cinquantenne), che aveva intenzione di girare in Terra Santa ma, deluso dalla visione diretta dei luoghi che videro muovere le vicende evangeliche, grandemente modificati dall'azione di antropizzazione, si decise a fare le riprese nel Meridione d'Italia, soprattutto tra i Sassi di Matera, che nel '48 Palmiro Togliatti definì una "vergogna nazionale", dove nella primavera-estate del '64, periodo delle riprese appunto, era ancora in corso il processo di svuotamento e bonifica dell'intera area, dove vivevano 17.000 persone in precarie condizioni igienico-sanitarie, recupero determinato dalla legge speciale voluta dal Governo De Gasperi, promulgata il 17 maggio del 1952.

E questo scritto di Pasolini, geniale anche se istintivo, geniale come solo istintivamente si riesce a esserlo, ancora dentro l'alito di Ragazzi di vita, non è altro che un lungo appunto frammentato del soggetto di un possibile film: Pasolini è totalmente rapito dal Cinematografo in quegli anni. E sarebbe un film intorno alla figura di uno spregiudicato giornalista di sinistra che intervista Dio. Mettiamo un Corrado Augias a tu per Tu con Dio. Ma giovane. E che pensa che il calcio non sia nulla di che, che non abbia alcun valore sociale. E questo Dio dovrebbe magari assomigliare a un oriundo: sarebbe perfetto se assomigliasse a uno di quei calciatori sudamericani "[...] da leggergli negli zigomi, negli angoli della bocca, nel bacino, il nonno abruzzese" (p. 37). Un Dio calciatore. Un Dio che abbia le sembianze di Omar Sivori. Un Dio maschio: "Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po' scimmiesco." sentenziano le ultime parole sulla stampa del poeta (p. 88, Lo sport, religione del nostro tempo, Guerin sportivo, 5-11 novembre 1975). Un testo da leggere tutto d'un fiato, da rimanerne senza fiato, e che vale l'intera pubblicazione. E che sicuramente non ho letto prima, perché è indimenticabile.

In una cartella di testi scritti tra il 1967 e il 1971 è rintracciato un articolo mai pubblicato dal titolo Tutto lo sport (come spettacolo) dove Pasolini dà ancora prova della sua straordinaria capacità di analisi della società, che precorre i tempi, avanti a tutti di mezzo secolo: "[...] nel prossimo futuro il calcio raggiungerà fasti sempre più grandiosi. Il neocapitalismo lo vuole: il tempo libero sarà dedicato certamente più allo sport che alla lettura. Coppe e campionati aumenteranno di numero. [...] i lavoratori non chiederanno di meglio che andare allo stadio due volte alla settimana; magari anche tre. Voi mi chiederete: è ottimistica o pessimistica questa previsione? È pessimistica." (p. 58). Il poeta, con lucidità propria e senza precedenti nel mondo letterario, né Jean-Paul Sartre né Albert Camus, nessuno è mai riuscito a tanto prevedere, si accorse a distanza di decenni dell'era turbocapitalista che sarebbe arrivata rompendo ogni confine, divenendo ideologia unica, cannibalizzando imperante tutte le altre, dove l'economia si sarebbe alimentata del debito, e il mondo del calcio, fallimento su fallimento, ne avrebbe rappresentato l'esempio più pieno e disarmante. Pasolini vede partite tutti i giorni dal didentro di una epoca dove ancora si giocava il campionato di Serie A solo la domenica pomeriggio e dal martedì al giovedì le nuove competizioni europee (Coppa dei Campioni dal 1955, Coppa delle Coppe dal 1960 e Coppa UEFA dal 1971, a quest'ultimo torneo approdavano 4 squadre del campionato italiano di Serie A, cioè dalla seconda classificata alla quinta, competizione che sostituì la Coppa delle Fiere, giocatasi invece dal 1955 al 1971), che comportavano una sola partita in più a settimana, e non erano proprio pensabili altri possibili campionati e tornei e il luogo deputato al calcio era solo lo stadio non certo la televisione, e chi non poteva andare al campo di pallone, aveva solo la gracchiante radiolina a batterie per seguire la partita della propria squadra del cuore, ovunque si trovasse.

E Pasolini fu meticoloso sul tema, che reputava affatto secondario: il calcio, lo stadio era per lui laboratorio sociale vivente, da sezionare e osservare a vivo. Tant'è che tornò subito a precisare il suo pensiero, dopo aver rilasciato una intervista su l'Europeo il 31 dicembre 1970 del quale non era soddisfatto (pp. 63-68, La guerra di Troia continua di Guido Gerosa), con un lungo articolo per Il Giorno del 3 gennaio 1971 titolato Il calcio «è» un linguaggio con i suoi poeti e prosatori (pp.69-80). Testo dove arriva a descrivere precisamente il gol dei sogni (p. 77), il gol del secolo, il secondo gol di Diego Armando Maradona ai Mondiali di Messico '86 contro l'Inghilterra, ai quarti di finale, che il poeta ovviamente non arriverà a vedere realizzato, dopo che Maradona aveva segnato nella stessa partita un altro gol storico, quello del vantaggio, quello della Mano de Dios. Gol che riscattarono una sconfitta ma che non riconquistarono una terra, le Falkland. L'Argentina riportò la Coppa del Mondo a casa per la seconda volta, e la Germania perse la seconda finale di fila, seppure recuperando l'iniziale svantaggio del 2 a 0, con gol di Rudi Völler all'81°, al quale Jorge Burruchaga rispose all'84° fissando per sempre il risultato sul 3-2.

"Quando non vedeva qualcuno di noi sul campo, ricordandosi sempre il nome dell'assente, si preoccupava di sapere se il tale o il talaltro avesse dei problemi e/o avesse bisogno di aiuto." ricorda di Pasolini Daniele Serra, ragazzo di borgata e giocatore di pallone.

Pasolini giocherà la sua ultima partita di pallone allo stadio "Ballarin" di San Benedetto del Tronto il 14 settembre 1975 nelle file della Nazionale Artisti, sconfitta 4 a 2 dalle vecchie glorie della Sambenedettese.

"E così, per tornare al calcio, io so i nomi dei giocatori di quasi tutte le squadre non solo di oggi, ma anche delle stagioni passate; e ne seguo le vicende." (pp. 61-62, Sport e canzonette, Tempo, n. 48, 29 novembre 1969).

MASSIMO RIDOLFI

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