PASOLINISMO

27.10.2025

«Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.»
PIER PAOLO PASOLINI (1922-1975)


Due sono stati i drammi personali di Pier Paolo Pasolini, che lo condussero alla morte che sappiamo, detti salvi da paranoie complottistiche e saldi da tutt'altra parte e negli interminati spazi di là da quella: il primo, non aver mai saputo accettare la propria sessualità e viverla, legato morbosamente alla madre, che non avrebbe mai lasciato per salvarsi da solo, chessò, a Parigi, ormai irrimediabilmente arricchito dal cinema: ci si salva sempre da soli; il secondo, il suo senso di inadeguatezza al comunismo per puro, istintivo sentimento di libertà (un po' come fu per Ernest Hemingway, al quale però non passò mai per la testa di farsi comunista, nonostante il suo concreto sostegno alla Resistenza spagnola; e anche perché per lui farsi comunista era un po' come farsi prete, nonostante il suo cattolicesimo), dal quale posano Le ceneri di Gramsci e il loro rosso straccio di speranza e inizia il suo maturo (non più infantile, e né del recuperato suo infantile cattolicesimo materno de L'usignolo della Chiesa Cattolica, componimenti del 1943-1949) processo di avvicinamento al cristianesimo cattolico, germinato anche dal feroce assassinio del suo unico fratello Guido, minore di lui (1925), ucciso a picconate per ordine dei fascisti rossi di Tito a Cividale del Friuli il 12 febbraio 1945, nonché il fatto di avere i suoi migliori nemici, cioè quelli riusciti meglio, proprio dentro il P.C.I.

Insomma, per riuscire a figurare, coerentemente, Pasolini come comunista (sinonimo di marxista, si badi bene: "Il marxismo è un lusso che pochi possono permettersi", diceva Edoardo Sanguineti, suo acerrimo rivale, per colpa di Pasolini, ché lo attrasse e attaccò proditoriamente sulle pagine di Officina, che si sappia in giro), si rende necessaria allora una opera di letteratura fantascientifica, cosa che non farò perché non mi interessa farlo; e mi interessa invece, da critico, l'osservazione e l'analisi dei fatti. Circostanze biografiche preziose, queste , perché vanno a formare quella porzione non piccola di dolore che, immancabilmente, nutre tutte le arti degne di essere tali.

E ora, prima di proseguire, offro una piccola ma serissima avvertenza per chi mi stesse leggendo: assumete questo breve testo critico come vaccino, in modo da favorire la formazione degli anticorpi intellettuali (che sono poi quelli del ragionamento) all'interno del vostro sistema immunitario, necessari a sopravvivere al pernicioso regesto o cazziario dilagante, che quotidianamente monta intorno alla figura del povero Pasolini, e a questo prossimo 2 febbraio 2025.

Il pasolinismo è quella attività divulgativa ciclica, quindi ricorrente, che rimastica tutto il già stradetto e straparlato a proposito di Pier Paolo Pasolini senza pronunciare mai una parola che sia utile alla promozione della sua più propria opera, soprattutto letteraria, principalmente poetica: là sta la nascita e la morte del Pasolini che davvero dal vero del suo inconsumabile operare conta e non altrove. Pasolinismo quindi come celebrante vizio, che il prossimo 2 novembre, puntualmente, festeggerà i suoi primi cinquant'anni. Io invece celebrerò i primi dodici anni di mia figlia Azzurra: così mi salvo.

E allora si va a proporre un Pasolini per dilettanti, che non contempla la poesia ma dà evidenza agli aspetti sicuramente secondari dell'opera dell'artista bolognese, come il suo cinema e la sua pubblicistica, che possono avere senso solo se il discorso critico si fonda sopra i suoi versi, Testo, messale, liturgia e sacramento, verbo anima e corpo di Pasolini e sua propria transustanziazione.

Poeta trascinante Pasolini, dotato di una naturale motrice di una forza propulsiva senza precedenti nella Nostra tradizione, dentro ottocento anni di versi italiani dal Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi (1224) ai giorni nostri; motrice quindi totalmente nuova (mi si porterà sul banco dei testimoni, a discarico, l'invettiva dantesca, sì!, lo so Dante, e so pure che non aveva in dono la sua, di Pier Pa', crudele dolcezza: Pasolini è un gigante, in poesia – si cominci a comprendere almeno questo), che, naturalmente, si innesca perfettamente nel movimento poetico mondiale del Secondo novecento: quella di Pasolini non è poesia Pop di una icona Pop, come qualche sprovveduto va balbettando in questi giorni, ma Beat.

Nulla di Pasolini può esserci in Andy Warhol, e nulla di Warhol può esserci in Pasolini. Pasolini è un uomo del passato con una forza del Passato, e, per questa qualità, è sempre giovane e forte perché odoroso di futuro, la moderna "motrice" preindustriale. Warhol è invece industria e artista de L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica massimizzata e postindustriale, sino alla piena assenza di manodopera, persino della mano operante dell'artista: questo vuol dire Pop. Pasolini è, a tutti gli effetti, un poeta della Beat Generation (non a caso inserito da Lawrence Ferlinghetti nella City Lights Pocket Poets Anthology, 1995, evitando il provinciale e l'accademico), come Sanguineti, cioè è di quei poeti interamente consumati da una vita completamente vissuta, anche nelle contraddizioni, soprattutto nelle contraddizioni, ci insegna il Primo dei moderni, Walt Whitman; vita che si è così fatta ridurre a poesia per processo di sublimazione – non di imitazione, attenzione!, perché è solo consumando il corpo che si raggiunge l'animo dell'umano, e per "animo" intendo esclusivamente l'anima, ben intesi.

E questa poesia dall'anima gigante ha bisogno di cuori e muscoli giovani per tenersi viva, per stare all'impiedi, per continuare la sua marcia a passo battente, non certo dei cimiteriali sparuti raggruppamenti pomeridiani di ottuagenari, che fuori fa freddo e piove e tutti e tutte a casa non vogliono restare, che invero troverebbero migliore collocazione e ascolto nel Preromanticismo inglese del '700. Quella di Pasolini non è, insomma, una poesia che po' darsi alla vecchiaia borghese. Mai! Se si è invecchiati senza aver letto la poesia di Pasolini, è inutile leggerla da vecchi, perché i vecchi non saprebbero che farsene con i tessuti muscolari e i tendini e le articolazioni presi ormai da irreversibile atrofia da poltrona e verrebbero ugualmente colti dal sonno. Quella di Pasolini non è una poesia per vecchi perché è una poesia militante. Va data ai giovani. Capitale e speranza di ogni civiltà.

Quindi Pasolini va annoverato tra i poeti della Beat Generation, seppure ben radicato su questo lato del pianeta; perché poeti questi tutti morti per eccesso di vitalità, vittime attive di una disperata vitalità, non certo per aver speso la loro intera esistenza immaginando la vita, immaginandosi vivi!, lasciandosi invece consumare da depressione, ansia; follia! I Beat, questi sono gli unici poeti possibili!, perché per questi conta solo l'amare, non l'aver amato. È qui che matura quella richiesta porzione non piccola di dolore che più conta. Mentre è nella vita facilitata che si annida, perniciosa, la più stolta finzione montaliana di Eugenio Montale e figliate successive; ma anche la finzione eliotiana di Thomas Stearns Eliot, il Midwesterner delirante che si credeva inglese.

Poi l'apice del pasolinismo sprofonda nell'assurdo quando in questi giochetti per anziani si propinano ospiti relatori che non arrivano a dirci dell'opera di Pasolini ma del loro libro su Pasolini, il milionesimo in cerca di gloria postuma, cioè che macera ancora e sin oltre il larvare (predicato verbale che qui intendo, a rafforzamento dell'etimo, per produrre e ricoprire di vermi putrefattivi, o, semplificando, dell'opera fattuale del parassita) il suo corpo già interamente consumato, secolare reliquia costretta dal più sciocco dei processi beatificanti che preludono alla accertata santità dei miracolati.

Tutto questo produce non cultura, che credo davvero pochi sappiamo cosa in realtà voglia dire questo sostantivo, pur riempiendosene la bocca come se prendessero lo "stuzzico" dal buffet dell'aperitivo dove, dopo la presentazione dell'ennesimo libro su Pasolini, si arriva, giustamente, assetati e affamati perché nulla di nuovo li ha dissetati e saziati; così facendo non si produce cultura ma annichilimento del senso critico e della critica, dandosi invece all'allevamento di un popolo senza più coscienza, incosciente proprio, al quale è impossibile pure chiedere che ore sono.

Allora, ai pochi uomini di buona volontà rimastici, non resta che chiedere di salvare il poeta da questo continuo martirio, da questo rosario di bestemmie che lo accompagnano a ogni ricorrenza, per un recupero del senso critico, ricerca ormai da destinarsi all'archeologia.

Insomma, avete proprio rotto il cazzo!

MASSIMO RIDOLFI

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