PER SEMPRE IVAN

02.09.2025

«Il dottore vicino di casa ammassava quattrini
Nel suo cappotto di cammello
Non c'era posto per la mia adolescenza»

IVAN GRAZIANI (1945-1997)


Senza l'impegno di Anna Bischi Graziani, che riunì intorno a un grande dolore i suoi due figli ancora giovanissimi, Tommy, che esordì in tour con il padre nel 1996, a 23 anni, e Filippo, che quando morì il padre aveva solo 15 anni ma già conosceva tutte le sue chitarre, dubito che l'opera di Ivan Graziani si sarebbe salvata in questo mondo di tutte star per un giorno, di vuote riproduzioni warholiane senza alcuno spirito di ricerca, spente stelle in questa terminale epoca di riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, in totale assenza della capacità di fare nuova ogni cosa dell'artista autentico, ossia in totale assenza di talento.

Se Ivan non fosse stato strappato da questa vita il 1° gennaio 1997, che rimanemmo tutti senza fiato all'alba di quel nuovo anno, a un passo dal prossimo millennio, oggi, ne sono certo, sarebbe il maggiore interprete di canzoni dal vivo, con questo ritorno in concerto di artisti di vero talento e vero mestiere, che svettano sulla digitalizzazione musicale. Sarebbe, oggi, l'artista più richiesto, rivivendo un rinnovato successo, perché Ivan dal vivo era potentissimo. Più di Venditti, più di Renato Zero, più di chiunque altro suo amico e collega superstite perché le sue canzoni non subiscono alcun processo di invecchiamento, e a lui bastava la voce e la chitarra per montare il suo concerto – e l'occhiale con la montatura di colore rosso.

Sabato, subito dopo il grande concerto teramano, che ha segnato sicuramente la tappa più importante dell'Ottantennale, mi sono recato a Roseto degli Abruzzi dove ho riascoltato un bravissimo e generoso Filippo Graziani, in acustico (accompagnato da una seconda chitarra e da una tastiera), intimo, preso, profondamente innamorato di questo grande padre che ha avuto, che gli è rimasto dentro, che lo proteggerà per sempre, perché insieme proseguiranno, in corpo e musica, questo cammino terrestre.

Filippo ha offerto in quella sera rosetana una versione di Scappo di casa, 1978, quarta traccia del lato B dell'album Pigro, che ha saputo esaltare la grandezza di questa canzone. Perché Ivan Graziani, senza dar fiato alla panza sempre grassa della politica, senza alcun bisogno di schierarsi perché sempre a canto all'uomo lui stava, ha scritto di giovani e gioventù e dei loro malesseri prima e meglio di tutti, e con una profondità e durezza sempre originali e inediti, così da rendere amorevole anche il rimprovero più severo, riallaccio a un legato che fosse morale e mai moralista. Filippo, seppure provato dal concertone teramano, è stato bravissimo. Migliore e migliorato nella veste che credo gli sia più congeniale, l'arrangiamento acustico, perché riesce ha essere ancora di più Filippo, il figlio, che onora e ricorda il grande padre che ha avuto, Ivan Graziani.

Che Ivan sia stato un grande padre, lo si capisce dagli occhi ancora innamorati di sua moglie Anna, e dalla densa nostalgia che questi figli hanno di questo padre. Che onorano. Dopo l'esecuzione di Scappo di casa, ho gridato a Filippo, appena smortisi i meritati applausi, dal fondo del rettangolo di gaia dove si teneva il concerto rosetano, che sta dietro la villa comunale, dietro alle gabbie dei pavoni: "Bravissimo!" Gli ho gridato.

Ivan, hai dei figli bravissimi di cui devi essere orgoglioso, ho pensato. Ma questo, da dov'è, lo sa. Perché Ivan era una persona genuina che sicuramente sapeva che poche cose dette bene vanno trasmesse ai propri figli. Genuino. Puro. Senza sovrastrutture intellettualistiche, che invece marcavano molti suoi colleghi i quegli anni, i '70, gli '80. Quando veniva in città si esprimeva in dialetto teramano, che amava: Ivan amava la sua madre lingua, quei fiori pastosi che fanno ogni dialetto prezioso, direbbe un grande poeta, che riescono a colorare persino il linguaggio dell'analfabeta, di chi magari non ha fatto neanche la quarta elementare, direbbe un altro poeta di quelli davvero importanti. Dialetto che Ivan non aveva mai disimparato, che gli risuonava dentro, cresciuto nel borgo di via Campo Boario, vicino al torrente Vezzola, dove da ragazzo scendeva a scolorire i suoi blue jeans, troppo blue, troppo nuovi, strofinandoli sulle pietre bianche e levigate dal flusso d'acqua dolce, tra trote e anguille, e girini, e prossime rane, facendo sogni di Rock 'n' Roll, disperando sua madre: "Eppure ci provavo ad essere per bene / con i miei calzoni blu mah, lo sai, / il rock era già una storia mia tu lo sai, / correvo giù al fiume, mi sedevo sopra un sasso / ci strusciavo i pantaloni finché il colore non andava via" (Oh! Lo sai, Per sempre Ivan, 1999) canta ancora Ivan, perché nei suoi testi c'è Teramo, immancabilmente, e quella strada che scende verso la campagna, che incontra quel torrente, e quelle pietre, e quella terra umida: "Come va? Sei ancora addormentata / Città da sempre amata / Perduta e mai riconquistata? [...] La villa è lì davanti a me / In quest'alba d'estate / Prigioniera dentro la sua rete" (Signora bionda dei ciliegi, Ivan Graziani, 1983).

A fine concerto, Filippo è risalito sul palco per un bis, Pigro; e allora mi è tornato alla mente quello che faceva invece Ivan al momento del "cerimoniale" del bis: lui non scendeva dal palco, ma diceva semplicemente, a luci spente, che il concerto sarebbe finito a quel punto ma che per evitare la solita manfrina degli applausi e dei richiami a scena vuota, avrebbe ripreso a suonare salutandoci con altri tre pezzi, e poi sarebbe andato via davvero – l'ultima volta lo vidi proprio in piazza Martiri della Libertà a Teramo, sopra un palco molto più piccolo di quello del 29 agosto appena trascorso, e c'era sicuramente meno gente. Poi scese dal palco e salì su una Mercedes nera che lo portò via da Teramo per sempre – ma questo nessuno poteva immaginarlo: rimanemmo tutti senza fiato.

Ero un ragazzino su un Piaggio bianco (che aveva quel magnifico sellino lungo e comodo che si apriva a portafoglio, che sotto nascondeva uno stretto portaoggetti, dove riporre qualche piccolo attrezzo, il libretto di circolazione e nient'altro, al quale avevo fatto montare anche il cavalletto laterale, e non c'era ancora l'obbligo del casco, e non c'era l'obbligo della targa per il cinquantino a due tempi), quel lontano giorno ancora fermo nella mia memoria. Ricordo il suo appello, instancabile, che a metà concerto, prima di cantare Dada (Viaggi e intemperie, 1980), quello che considero il suo pezzo più importante, non mancava mai di fare ai giovani, perché nessun cantautore italiano sapeva parlare ai giovani come Ivan, che fermava il suo concerto per dirci: "Solo una cosa deve farvi sempre schifo nella vita, la droga." forte e gentile come un abruzzese, semplice e diretto come sa esserlo solo un vero teramano. Nessun rocker lo ha mai detto ai giovani che la droga fa schifo, se non da vecchio e malato, come l'enorme David Crosby, il cantautore più tossico della Storia del Rock 'n' Roll, che in David Crosby: Remember My Name (documentario di A.J. Eaton del 2019) dice che l'unica cosa che non rifarebbe se tornasse indietro, sarebbe quella di consumare droghe pesanti. Per questo Ivan è stato un grande padre, che ci ha lasciato figli degnissimi del patrimonio della sua memoria.

La musica italiana deve tantissimo ad Anna, a Tommy e a Filippo, perché è solo grazie al loro amore che le canzoni di Ivan, le più belle canzoni del cantautorato italiano perché le più originali, ricantano ancora nuove nelle nostre piazze, nelle nostre case e nei nostri pensieri rianimando i nostri migliori ricordi.

No, Filippo: ascoltare le canzoni di tuo padre non stanca mai, perché sembrano scritte oggi per un domani sempre giovane e possibile. Perché Ivan aveva la profondità naturale del poeta, che vede cose già accadere da molto lontano. Cantale allora. Allora, cantale, finché puoi, le canzoni di tuo padre, Filippo.

"Se la mia chitarra piange dolcemente / Stasera non è sera / Di vedere gente / E i giochi nella strada / Che ho chiusi dentro al petto / Mi voglio ricordare" (Agnese, Agnese dolce Agnese, 1979) canta ancora Ivan omaggiando l'artista che più amava, George Harrison (While My Guitar Gently Weeps, The Beatles, White Album, 1968), e c'è sempre gente ad ascoltarlo – a cantarlo.

MASSIMO RIDOLFI

© 2025 Carte Terrestri: scritti di politica cultura e società
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