PREPARARE UN FUOCO

12.09.2025

To Build a Fire sono anni che mi ronza intorno, ma ogni lettura richiede il suo tempo, il proprio momento. E il momento esatto di questo racconto di Jack London è giunto per me ora, a distanza di 117 anni dalla sua pubblicazione definitiva. Infatti, London concluse questo racconto, forse il suo più noto e citato, nel 1908, che vendette al mensile illustrato newyorkese The Century Magazine, che pagò pronta cassa quelle 15 cartelle dattiloscritte dallo scrittore, in quel torno di tempo, più ricco e famoso del mondo: all'epoca London aveva già pubblicato i suoi romanzi più noti: The Call of the Wild (1903), White Fang (1906), Martin Eden (1908) e, soprattutto, The Iron Heel (1908), dove lo scrittore marxista preannuncia l'avvento del fascismo.

London, pur essendo stato il primo scrittore al mondo a guadagnare un milione di dollari, non si fermò alla teoria marxista perché, a partire dal 1905, sperimentò nel suo grosso ranch a Glen Ellen, Sonoma County, California, la giornata di 8 ore lavorative per i suoi dipendenti, quando normalmente se ne lavoravano dalle 10 alle 14 di ore al giorno, 6 giorni su 7, quando il Fair Labor Standards Act arriverà solo nel 1938 stabilendo il limite di 8 ore di lavoro giornaliere per 40 ore settimanali. Insieme a questa limitazione dell'orario di lavoro, London sperimentò anche tecniche di coltivazione biologica e cercò di favorire la realizzazione di un ambiente di lavoro condiviso e formativo, vicino insomma alle esigenze dei lavoratori, come da noi successe molto più tardi, nel Secondo dopoguerra, con Adriano Olivetti. Ma tutto fallì dentro un incendio nel 1913 senza più essere ritentato.

London morirà per una overdose di antidolorifici il 22 novembre 1916, lì, nel suo Beauty Ranch. Destino che nel tempo ha accomunato molti artisti statunitensi del '900, che si imbottivano di medicine per sopravvivere alle luci troppo chiare del giorno e alle tenebre troppo buie della notte, rincorrendo come scimmie l'implacabile orologio del successo: Marilyn Monroe (4 agosto 1962), la povera sorellina minore; Elvis Presley (16 agosto 1977); Michael Jackson (25 giugno 2009), che il 26 maggio 1994 sposò in gran segreto a Santo Domingo Lisa Marie, l'amata figlia unica di Presley: erano ancora giovanissimi, lui trentacinquenne e lei ventiseienne, ma dopo poco più di due anni finì e morì pure Lisa Marie, però il 12 gennaio 2023, causa una occlusione intestinale a seguito di un intervento per il trattamento dell'obesità, probabilmente di carattere ereditario perché di problemi intestinali e obesità ne soffrì pure il padre, il quale si nutriva principalmente di latte e burro di arachidi; ma, in realtà, a minare gli ultimi anni di vita di Lisa Marie fu il suicidio di suo figlio Benjamin, ventisettenne, avvenuto tre anni prima: il ragazzo, che soffriva di depressione, il 12 luglio 2020, a casa della madre, a Calabasas, in California, si sparò un colpo di pistola in bocca; la madre tenne il corpo del figlio in casa sotto ghiaccio per due mesi perché non riusciva a separarsene – e questo solo per citarne alcuni di questi poveri cristi ricchi americani. Molti sospettarono che in realtà non fu un fatto accidentale quello che causò la morte di London ma conseguenza di un gesto estremo, quindi di una azione volontaria. E probabilmente fu un suicidio quello di London, lo scrittore più famoso e ricco al mondo.

Il gelo. Un uomo. Un cane.

Già dall'incipit di questo racconto si può rilevare come la scrittura di London fosse ancora totalmente immersa nell'Ottocento per eccesso di descrizioni a discapito dell'azione: la rivoluzione hemingwayàna era ancora lontana, che ancora insegna che il senso dello scrivere Letteratura è racchiuso nell'azione; azione dentro la lingua viva di un popolo, che ne rappresenta il tema lo spazio e il tempo. Quando la descrizione dei luoghi non si lega all'azione, cioè non avviene nel compiersi di un fatto concreto, verosimile e, nella verosimiglianza, riconoscibile alla sola lettura del testo, anche quando questa fosse superficiale, funge da mera scrittura scenografica, un fondale narrativo lontano dal racconto che distrae e annoia, fino allo straniamento – straniamento che, con Bertolt Brecht, trova motivi espressivi solo sopra le tavole di un teatro non certo sulla pagina scritta – che questo si sappia.

In questo modo l'ambiente resta oggetto narrativo passivo, che non dice nulla, che non riesce al raccontare. E passivo resta il lettore davanti a queste descrizioni di descrizioni, totalmente inanimate, per il quale restano immagini artificiali e di maniera, come se ci si trovasse davanti a un quadro d'arredo, solo decorativo, esatto nei colori per un dato ambiente, in armonia con le tonalità dei tessuti delle tende, del rivestimento del sofà, della trama dei tappeti, invece che a un'opera d'arte. Mentre subordinando la descrizione all'azione, l'ambiente diviene soggetto perché si attiva ed entra in dialogo con il lettore, non limitandolo così a mera scenografia bidimensionale da teatro borghese; luogo che, se restasse solo scenografico, il lettore non riconoscerebbe affatto, anche a esserci stato dentro, perché devitalizzato dal modo ottocentesco di raccontare, di scrivere per descrivere. Legando l'azione all'ambiente, si permette invece al lettore di entrarci in contatto senza bisogno di una conoscenza diretta dei luoghi, che senz'altro ritrova nel proprio immaginario, nelle proprie montagne, nelle proprie nevi, nei propri ghiacciai. Nei propri animali domestici o da lavoro. Nelle proprie ferite. Nei propri tessuti cicatriziali. L'azione permette al lettore di mettersi in viaggio e non limitarsi a guardare una cartolina fatta di parole vuote di senso e piene di maniera, come se fossero riprodotte da cliché.

Le descrizioni delle azioni servono anche per favorire la graduale conoscenza dei personaggi del racconto, protagonisti o secondari, senza dilungarsi in inutili ritratti psicologici, ché anche questi distraggono, annoiano, straniano. Mentre se lo scrittore ci descrive quello che fa il personaggio, ce lo avvicina, ce lo rende simile, e lo acquisiamo per esperienza, per assimilazione. Insomma, lo riconosciamo per privilegio di esperienza, perché non c'è alcun bisogno, quando si fa Letteratura e non intrattenimento e cultura consumistica, di descrizioni di descrizioni ma di azioni; quando si racconta, in Letteratura, non c'è bisogno di descrivere uomini animali vegetali e cose perché questi elementi naturali li conosciamo già attraverso l'esperienza; è per questo fatto sostanziale che basta la descrizione di azioni per riconoscerli e ritrovarli facilmente questi elementi d'ambiente nel nostro immaginario di lettori attivi.

London spreca così tre pagine prima di cominciare a dirci cosa sta facendo quell'uomo in mezzo al nulla, il gelo; e ancora non sappiamo niente di quel cane: la prima cosa di interessante che ci dice è che quell'uomo sputa, ed è qui che inizia il racconto, nella azione; ed è qui che capiamo che potevamo fare a meno di quella "cartolina" di montagna lunga tre pagine che abbiamo appena attraversato nella lettura. E spreca altre due pagine prima di dirci di quel cane che trotterella dietro a quell'uomo.

Quando si scrive non bisogna mai sottovalutare il lettore. Il suo pensiero. La sua intelligenza. La sua esperienza. La sua capacità di visualizzazione, vale a dire di immaginazione, cioè di vedere al di là degli occhi e della visione. Perché nel lettore è tutto già descritto nel suo proprio patrimonio memoriale. Manca invece l'azione, che torni a rianimare il suo pensiero, la sua intelligenza, la sua esperienza, per tornare a dare luce al proprio patrimonio memoriale. Lo scrittore ha solo da fare affidamento nel lettore. Anche quando non ci fosse alcun lettore dall'altra parte della pagina scritta.

Del racconto che dire? Non mi sembra un gran racconto. Troppo scontato. Troppo finito. Troppa invenzione. E troppe poche possibilità di visualizzazione. Quindi fatica a lasciare andare il suo eroe questo scritto, quelle 15 cartelle dattiloscritte dallo scrittore, in quel torno di tempo, più ricco e famoso del mondo. Ernest Hemingway era ancora lì da venire, ché avrebbe cominciato a scrivere al Kansas City Star l'anno successivo alla morte di London: lo scopo della Letteratura non è quello di raccontare storie ma di ridarci una lingua vitale utile a fare le cose che non sapevamo di saper fare con l'immaginazione. La Letteratura serve a questo, all'allenamento della nostra immaginazione.

MASSIMO RIDOLFI

© 2025 Carte Terrestri: scritti di politica cultura e società
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