SCRITTORI: CESARE PAVESE
«Una bibliografia whitmaniana soddisfacente è pressoché impossibile in Italia dove è scarsissimo il materiale di studio nordamericano.»
CESARE PAVESE (1908-1950)
con dedica a Gianfranco Lauretano
Il 20 giugno 1930, dentro una fresca mattina torinese, dentro una Italia pienamente fascistizzata già dalla prima infanzia grazie all'Opera Nazionale Balilla, istituita con prontezza d'animo nero già nell'aprile del '26, mentre della "rieducazione" degli adulti si occupava invece l'Opera Nazionale Dopolavoro, dentro un compiuta terza via all'ordinamento sociale alternativa al liberismo e al socialismo, dentro la più grave crisi economica post industriale, un giovane di ventuno anni si presenta alla discussione della sua laurea con una tesi dal titolo: Interpretazione della poesia di Walt Whitman, quindi sul padre della poesia americana, quindi sul poeta che ha portato la poesia nella modernità, liberale, conservatore, omosessuale, attivista, civile, politico, creando non pochi imbarazzi all'Università di Torino; creò non poco disagio quel giovane dell'Alta Langa al nuovo imperturbabile ordine fascista del mondo, figlio di una agiata faglia borghese del comune di Santo Stefano Belbo, un paesino sprofondato tra le colline fino allora conosciuto per la produzione del dolce moscato non certo per pratiche letterarie: questa imprudenza costò a Cesare Pavese un 108 su 110 e la lode, ma, in compenso, portò in Italia la letteratura più nuova e rivoluzionaria della Storia, fatta tutta a contatto con la terra e con l'uomo – ed ebbe inizio così, ahimè, anche la corsa tutta italiana all'americanese, mentre a un americano, ad eccezione di Eliot e Pound ma questi sono degli "espatriati linguistici", non verrebbe mai in mette di mettersi a scrivere come un italiano, così saldi come sono alle poche incertezze della propria cultura: la letteratura americana è fatta di incertezze, cioè di imperfezioni, ed è questa peculiare caratteristica a renderla più viva delle altre.
Ecco, è con questa premessa storica che mi accingo a leggere, a novantacinque anni dalla sua presentazione, la coraggiosa tesi di laurea che Pavese presentò in discussione dentro la fascistissima Italia degli anni '30 del secolo scorso, un secolo che bussa ancora prepotente alle porte di questo nuovo millennio, un millennio che si è aperto con il ritorno di certe indecenti proposte però sbiadite, non più nere ma grigie per inettitudine dei proponenti. Ma arrivo a questa lettura anche purgato di qualsiasi mitologia o nostalgia critica e della critica, vale a dire con un sano allenamento al cinismo. E porto con me la conoscenza dell'opera di Whitman e questa solo mi serve per attraversare indenne la lettura del Pavese laureando. E saggiarne (cioè assaporare e gustare) così le sue auspicabili ingenuità di giovane studente autodidatta di letteratura americana: davanti a una cosa nuova si torna sempre novizi, cioè inesperti, anche ad arrivarci a cent'anni. E verificare se anche lui cadde nello sterile citazionismo che tuttora ammorba la nostra più brutta saggistica – ma questo rischio non credo davvero che andrò a correrlo considerato all'epoca la scarsa bibliografia italiana sull'autore statunitense (come ci conferma anche la premessa dello stesso Pavese in bibliografia, p. 149 – che poi arricchisce di giuste note nel corpo testuale e a piedi pagina ma manca nella traduzione dei testi in lingua originale ripresi nella tesi, a mio avviso necessari ora come allora per non rallentare la piacevolezza della lettura di un testo altrimenti agilissimo, soprattutto per chi non fosse preparato per la traduzione a braccio dell'americano, perché con Whitman inizia la registrazione della lingua americana, presa dal basso, dal parlante, non certo dall'alto della lingua letteraria, come avvenuto in Italia, e questo italiano non è mai un pregio ma un difetto perché tende alla sterilizzazione della lingua e alla tecnicizzazione della stessa rendendola eccessivamente grammaticale e poco naturale: si pensi all'uso del congiuntivo, oppure alla gabbia dei verbi solo riflessivi e mai transitivi: ma il bravo scrittore a questo sa rimediare e riportare al dire le sue parole) e che il giovane laureando, per i motivi già detti, non aveva nessun professore da accontentare dentro la sua tesi di laurea – arricchita di giuste note per portato di notizie e brevità –, sperando di riaverne indietro almeno il tozzo di pane quotidiano o la borsa del dottorato o il contratto da ricercatore delle ricerche firmate in primis dal professore accontentato – ogni mondo universitario è paese di questo Paese –; oppure, per rotto di cuffia, ottenere un qualche incarico privato per la docenza di un corso qualsiasi purché si corra.
Molti anni fa, durante una cena, Massimo Raffaeli sostenne non so quale metro usasse Whitman nella stesura dei suoi lunghissimi versi. Non credo neanche che il poeta sapesse dell'esistenza di quella tavola metrica che pretendeva di applicargli Raffaeli – diventa un po' un vizio la filologia quando si insiste nell'applicare precise etichette alla materia letteraria, e i vizi sono sempre, ahimè, il contrario del gusto: "Comunque, questi due, anche quando teorizzano una presunta – conscia o inconscia – metrica whitmaniana, cadono, e non so se il difetto sia soltanto mio, in abissi di oscurità. Si regge alla lettura di queste loro pagine in forza del grande interesse che tuttora presenta la questione del verso libero, ma quel poco che delle loro argomentazioni si capisce e quel molto che va perduto nelle nuvole, pare a me non soltanto straniero a tutto ciò che ha fatto W. W. nelle Leaves, ma anche a ogni possibile applicazione futura." pp. 122-123, lamenta Pavese a proposito del lavoro critico di Basil de Sélincourt e John Bailey, basilare nella tesi. Whitman sicuramente scriveva animato da un flusso nutrito sì dalle letture di un feroce autodidatta ma soprattutto alimentato dall'esperienza diretta della vita come vivo strumento della Natura. Del resto il poeta più volte tornò a motivare criticamente la sua opera, opera di una vita, nei motivi dichiaratamente politici e di afflato democratico e liberale, come ricorda in apertura di tesi anche il giovane Pavese, ma mai disse o discusse di questioni metriche – e il giovane laureando se ne avvede e ne è cosciente nella profusione del suo lavoro: "Intendiamoci: io non combatto qui la scienza metrica che anzi, benché mi sia sempre parsa un poco ermetica, rispetto e ammiro come un qualunque altro studio storico. Voglio però ch'essa sia davvero uno studio storico e non càpiti di vedersela tra i piedi quando si discorre di uno scrittore, in campo estetico." p.121. Pavese, si badi bene, che non scrive da innamorato ma da critico ("Egli qui discute, definisce, polemizza e proclama, però non crea un'immagine, la sua passione resta oratoria, vaga.", p. 36, ci dice commentando una grossa parte, a suo avviso non riuscita, come un incaglio presente nelle sezioni 6-13, del poemetto Starting From Paumanok, cassando in questo modo metà del testo: qui il giovane Pavese si lascia prendere un po' troppo la mano dall'esuberanza della sua penna, ma coglie chiara quella che deve sempre essere la prerogativa di una buona poesia, cioè la capacità di farci vedere, attraverso la lettura dei versi, immagini solo nitide, riconoscibili sotto ogni luce del vivere – e ancora, senza tremore nei polsi, il giovane laureando intuisce, attraverso il minuzioso studio della poesia e della critica che ha prodotto l'opera di Whitman, che non può esserci che poesia lirica, Song of Myself – qui, però, l'analisi ha una leggerissima fragilità perché lamenta di rallentanti ripetizioni che "stancano il filo della comprensione", p. 39, come se si trovasse davanti a un testo di prosa narrativa e non immerso nella lettura di una cantata, che prevede ritornelli e riprese: a volte Pavese cade anche nel moralismo, una vena che poi irrorerà, nascosta dal tessuto testuale, anche la sua opera, denunciando una drammatica irresolutezza dell'uomo che sta dietro alla sua penna, detto qui e ora, e ora per allora), quindi per nulla suggestionato dal canto whitmaniano, da "quel suo modo emersonicamente rapsodico e oracolare", p.18. Insomma, già da subito, nonostante non godesse del favore di alcun maestro, volitivo, persino polemico e militante critico della critica (assolutamente tagliente a tal proposito il capitolo V della tesi, titolato L'Epica Nazionale, pp. 99-119), sembra mostrare una sua propria voce critica con la quale scorrere e ridire per intero e nuovamente l'oggetto della sua analisi, precisa, onestà, non omissiva, scansando cose che non devono mai interessare lo studio scientifico della letteratura e che impallerebbero l'inquadratura critica del testo: "A noi, ripeto, la questione biografica e morale degli amori leciti o illeciti di W. Whitman importa poco." p. 52, segnando una sonora Lezione da qui all'eternità ai vari Franco Buffoni e altri pruriginosi ideologi cacciatori di fatti privati a insaporire la critica letteraria di questioni personali che non interessa nessuno se non i parvenue da gazzettino scandalistico; e tutta questa capacità si manifesta nonostante la giovane età, e senza derive professorali nell'atteggiamento saggistico e nel linguaggio. E, ovviamente, mette subito in evidenza come il poeta volesse fare una poesia finalmente nuova e totalmente americana partendo proprio dal paesaggio americano, enorme eppure particolare, vale a dire dove anche la minutezza riesce a mostrarsi.
Un altro aspetto che Pavese mette subito in rilievo è l'indice popolare che ricerca il poeta di West Hills per interloquire con la nuova gente d'America, affinché riconosca la propria differenza linguistica, da popolo mondo, e da questa parta per costruire la sua Storia. Whitman, ci dice il giovane laureando, fa della sua poesia, della sua opera, "protesta di fede nella massa del popolo piena di grandezza e di capacità di sacrificio e da nessuno introdotta mai in poesia in modo degno", p.19. Ed è attraverso la Massa, intuisce Pavese, che il poeta comincia l'esame dell'Individuo democratico. Whitman, è vero, sintetizza e dà forma alla coscienza del popolo americano. Crede nel suo popolo di pionieri, quindi di scopritori dentro la scoperta; e dice al suo popolo di scopritori dentro la scoperta di credere in se stesso, di farsi corpo unico per tramutare la propria anima d'emigrante, d'espatriato, in cittadino: è qui tutta la poetica di Walt Whitman; è qui tutta la sua modernità di cantore popolare e del popolo. Una spinta politica quella del poeta che rischierebbe la forma nazionalista se non fosse così legata ai concetti di democrazia e libertà. Quindi, intuisce ancora Pavese, per il poeta dopo l'indipendenza e la liberazione degli schiavi, l'America deve farsi una costituzione letteraria propria, per così consolidarsi culturalmente come popolo. A propria memoria e insegnamento costante, e fondamenta statuale. Con gli strumenti letterari, Whitman, è vero, si fa popolare, vale a dire del popolo, e Capo popolo per favorire la formazione dell'identità culturale quindi politica, ancora tutta in divenire, degli americani, massa ai suoi occhi indistinta perché ancora non aveva una propria tradizione letteraria. Whitman era profondamente convinto che la letteratura formasse l'identità nazionale per la sua capacità di riassumerla e così promuoverne la conoscenza e la coscienza.
Whitman sosteneva che solo i poeti danno forma e sostanza a una nazione. Ma quello del poeta è sempre il fare di uno sguardo: la poesia è nello sguardo. E poi viene la forma. E ancora prima della forma, la sostanza. La sostanza vera del vivere.
Cesare Pavese, coraggiosamente e da una distanza capace di anticipare un secolo di studi letterari nel nostro Paese, con questa sua tesi, ancora freschissima e leggibilissima, criticamente acutissima, qualità straordinaria considerata la giovane età del suo estensore, ma anche sciolta verso la divagazione da saggio orale, del procedere a braccio e per inserti stratificanti ("[...] se ora J. London fa tanto successo e i poemi italiani nessuno li legge, qualcosa di mutato ci dev'essere", p. 23), mai affannato dalla dimostrazione della tesi ma sempre acceso dal ragionamento di riassumere in sé tutta la critica whitmaniana internazionale che lo ha preceduto, da critico della critica, da forzuto quindi, introdusse con abbagliante talento saggistico la già grande, nata grande perché sorta dal popolo, Letteratura americana nelle accademie italiane, provocando una crisi culturale che ancora arde la scrittura italiana in lingua italiana, in versi e in prosa.
Cesare Pavese non è tra i miei autori preferiti ma è sicuramente quello al quale più di tutti devo essere grato: "L'opera di W. Whitman è pressoché tutta racchiusa entro le date dei due viaggi da lui fatti per il continente americano.", p. 31. È qui che Pavese coglie la vera grandezza di questo poeta e della letteratura americana, di questo scrivere fatto tutto allo scoperto della vita e della sua esperienza. La poesia della scoperta attraverso la conoscenza diretta del viverle le cose. Questa è la più grande eredità lasciataci da Pavese: la scoperta dell'America che scrive dell'America in viaggio, da Whitman a Jack Kerouac, dentro il viaggio di un secolo continuo e la sua ininterrotta riscrittura come di un mondo battuto dal vento sopra l'infinito rotolo di una telescrivente. Questo comprende prima di tutti Cesare Pavese. Comprende, attraverso lo studio minuzioso dei versi e della prosa di Whitman come insieme di organi interdipendenti, che quando il verso non si lascia al canto ma si fa "concetto, astrazione, sforzo, non è più poesia", p.34 – oltre a subire il tradimento che sempre il popolo ne fa della propria poesia.
MASSIMO RIDOLFI